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Il grande dipinto donato dall’artista Fusillo a Villa Ottolenghi

Acqui Terme. Sabato 4 marzo, alle ore 11, alla presenza di una selezionata accolta di persone interessate, a Villa Ottolenghi si è svolta, in via informale, la cerimonia con cui il pittore Concetto Fusillo ha fatto dono di un suo dipinto (intitolato Cercatori di tesori) a quella che, nonostante le improvvide spoliazioni di un passato non troppo remoto, resta una delle più belle dimore signorili dell’Acquese. Dopo la pioggia battente della prima mattinata, a rendere più accogliente l’atmosfera si è affacciato un bel sole dal sapore già primaverile. E lo sguardo si è quindi aperto con sollievo alla digradante cerchia di vigne e di verzura delle colline di Monterosso. Alla manifestazione, oltre naturalmente al padrone di casa e al donatore, hanno partecipato, fra gli altri, il dottor Matteo Ravera, delegato comunale ad hoc ed una gentile assessora del Comune di Montechiaro, i quali si sono congratulati e rallegrati con l’artista di Lentini, che, dopo anni di operosa permanenza in quel di Lecco, si è stabilito pressoché definitivamente dalle nostre parti. A Mombaldone, infatti, egli ha tuttora il suo personale atelier e ad Acqui Terme ha di recente sposato la poetessa Egle Migliardi. Proprio questa, in maniera appassionata ed evocativa, ha dato lettura del regesto che illustra il soggetto e, diremmo, lo spunto di partenza dell’ampio e articolato dipinto (cinque metri di lunghezza) a suo tempo apprestato per la mostra dedicata a “L’altra medicina”. E non a caso parliamo di regesto, poiché ad ispirare l’artista è stato, anche in questa occasione, un documento d’archivio: più precisamente una serie di deposizioni e di atti processuali provenienti dall’Archivio Vescovile di Acqui, ma riguardanti alcuni strani e misteriosi avvenimenti verificatisi nel 1698 a Montechiaro.

Per darne un’idea meno vaga, riproponiamo qui il regesto stilato per il catalogo della mostra del 2008. «Si è sparsa la voce che sul territorio di Montechiaro vi sono dei tesori nascosti: chi dice nel Castellaro, chi in Cravino, chi alla Braida, chi presso il Rittano detto il Rettorbo e chi in altri luoghi ancora. La febbre dell’oro contagia diverse persone, in particolare gli abitanti della Braida: Marc’Antonio Barbero e il figlio Gio. Batta. Ma alle ricerche prendono parte anche dei preti: don Gio. Batta Casanova in primis, l’arciprete di San Giorgio Scarampi e una terza persona che fa il maestro di scuola nello stesso paese. Le ricerche si svolgono per lo più di notte, al chiaro di un lume o sij torchia che don Casanova tiene accesa in mano, mentre l’altro prete, vestito di stola, legge da un libretto e recita delle litanie. Alle ricerche prende parte anche un indovino che viene dall’Orba ed ha una parlata particolare, né genovese né monferrina. Giunto alla Braida, dove la notte – a quanto pare – si odono rumori di denari smossi, l’indovino, armato di una bacchetta, con cui disegna una sorta di cerchio entro il quale mette certe cose, individua la presenza di ben 150 doppie lì nascoste da qualche antecessore. Fa scavare nel cantone vicino alla porta, ma non si trova nulla; anzi, mentre si procede allo scavo e si sta per trovare il tesoro, li fu dato un grosso schiaffo da uno Spirito, o sij Diavolo et non da persona humana. Tutti ne avvertono il colpo. Sembra addirittura che a quel punto uno spirito insorga a dire di lasciare i denari dove sono, perché sono destinati ad altri; nessuno poteva dunque toccarli se prima non li davano l’Anima del più vecchio. La cosa è strana, ma altre cose anche più strane avvengono da un po’ di tempo in quella casa: una cassa chiusa a chiave viene puntualmente trovata aperta, chi sa come; i ragazzi di tanto in tanto sentivano à parlare ma non vedevano alcuno ne meno intendevano le parole precise… Un altro tentativo viene comunque fatto al Torrazzo, con l’assistenza dei sacerdoti: durante la notte si scava invano per un paio d’ore. Il prete forestiero – forse quello di San Giorgio Scarampi o il maestro di scuola – mentre i cercatori scavavano fece giurare sopra un libretto tutti li Particolari eccetto l’indovino et di più l’intimò la scomunica se avessero rivelato a estranei qualcosa di quanto si andava facendo. Ma ormai tutti ne parlano, fa Denice a Montecastello».

Questi i fatti e questo, in sostanza, il soggetto; ma il pittore non ha tratto ispirazione solo da essi, sì anche dal documento considerato nella sua materialità, a cominciare dalla carta con quella patina che ricorda l’avorio invecchiato e dall’inchiostro che ora ha morso a fondo lo spessore delle pagine, ora invece sembra sbiadito o evaporato per effetto della polvere e del tempo. C’è poi la grafia con il suo particolare ductus, i suoi svolazzi e i suoi estri, e le pieghe e le macchie – d’inchiostro e d’umidità – che a mo’ di stigmate hanno segnato i fogli, e il latino di prammatica che si alterna al volgare delle deposizioni: un volgare che è in realtà una traduzione cancellieresca del dialetto, di cui serba a volte l’afrore, le cadenze e certi calchi lessicali. Tutti elementi sui quali l’artista opera medianicamente, lasciandosi guidare la mano dal pathos che ne promana e che sulla tela si traduce in immagini e colori febbrili, fortemente evocativi. I paesaggi, tra monferrini e langaroli, si delineano nella loro panoramica estensione, quasi parvenze oniriche, in un susseguirsi di colline scoscese e di turriti manieri, contrassegnati dai loro toponimi. La dimensione spaziale, però, non ha nulla di realistico: è chiaro che si tratta di paesi e di paesaggi dell’anima. O della mente. È lo scenario in cui si affollano in costume personaggi la cui passionalità traspare dai connotati espressionistici che ne fanno delle maschere concitate, grottesche nella loro malcelata cupidigia. Una folla di anime illuse e irretite dalle diaboliche seduzioni dell’auri sacra fames (l’esecranda fame d’oro). E lì, accanto a loro, proprio una schiera di diavoli sembra attizzare le fiamme destinate ad accoglierli e ad avvolgerli. Senza che tra la sfera naturale e quella soprannaturale vi siano fratture nette. La visione dell’artista crea insomma una dimensione sui generis, senza soluzione di continuità, in cui la realtà si riflette e si affranca dal tempo e dallo spazio. All’insegna dell’estetica e dell’eternità. E lo sguardo che l’abbraccia non intende tanto giudicare quanto commiserare. Ô saisons, ô châteaux, / quelle âme est sans défauts? Sono versi di Rimbaud, ma parlano come i dipinti di Fusillo.

Carlo Prosperi

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