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Lezione di Elena Pontiggia su Arturo Martini

Acqui Terme. Momento d’oro per la Cultura acquese: di rara chiarezza e profondità la lezione dedicata ad Arturo Martini e offerta il 2 maggio, alle 19, presso la Sala Belle Epoque delle Nuove Terme, nell’incontro pubblico promosso dal Rotary, e introdotto da Carlo Sburlati e dall’ing. Piana (che ricorda tra le prime iniziative del Rotary Club Acqui, fondato nel 1991, proprio il restauro del Figliol prodigo).

Lezione di storia dell’arte, e anche civica.

Per diventare consapevoli dei nostri tesori, di capolavori assoluti che poco consideriamo perchè troppo a portata di mano.

E perchè, senza ambiguità, Elena Pontiggia (della famiglia di Giuseppe, il narratore scomparso del 2003, suo cugino), mette subito in chiaro che “dannoso ed inutile” è quel saggista che abbraccia un linguaggio difficile, o incomprensibile.

La prima nazionale del suo libro (già presentato su queste colonne un paio di numeri fa) raduna oltre una sessantina di presenze. Una cornice che, alla fine, potrà dirsi privilegiata.

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 Eccoci così ad Acqui, città di importanza capitale per Martini alla corte del Conte Ottolenghi, e di Herta, sull’acropoli di Monterosso.

E con il Figliol prodigo, del Ricovero, a due passi dal Duomo – sempre legato al cognome ebraico che contraddistingue l’Acqui ruggente del secolo XIX e, poi, del primo Novecento.

“E’ un’opera che si rivela una dichiarazione di poetica – afferma la relatrice, che insegna a Brera e al Politecnico di Milano; ma che ad Acqui è già stata membro di giuria nell’ambito della Biennale dell’Incisione- Il Figliol prodigo, con le sue reminiscenze greco-latine, sembra dirci che non esistono le epoche; la tradizione è sangue nelle vene, qualcosa che è “più te stesso” di te. Ma, nello stesso tempo, va riconosciuta ad Arturo Martini quella straordinaria capacità di innovare: il padre, giovane e prestante del Vangelo di Luca, quel genitore quarantenne, sembrerebbe così, diventato uomo anziano, quasi cieco, dalle pupille spente. Quel suo figlio egli lo riconosce al tatto. Non è più, se mai lo è stato, padre tiranno; si percepisce la sua fragilità.

E povero (per la disistima del genitore, per il non/amore) sembra essere, col figlio della parabola, anche Arturo – che ha un travagliatissimo rapporto con la scuola, bocciato ad oltranza nelle prime classi, 12 anni e fa ancora la terza elementare…, tanto da far supporre un ritardo d’intelligenza); povero anche Arturo con quel padre suo, che costringe oltretutto la famiglia alla miseria…”.

Così comincia Elena Pontiggia, efficace, dalle parole cristalline, introdotta da un Carlo Sburlati che giustamente ha nostalgia per La pisana, Il sogno, l’Adamo ed Eva e per I leoni di Monterosso, ed è grato al Comm. Invernizzi per il rilancio di Villa Ottolenghi. Che da sola basterebbe, tutti ne son convinti, per innescare il volano di Acqui Città di Cultura internazionale, senza aggiungere il resto, eppure… non è così semplice. (A proposito: gli spazi del Tempio di Herta saranno scenario e cornice dell’ “Acqui Ambiente” del 2 luglio prossimo).

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La forza di Arturo Martini, il suo essere vero maestro nasce al cospetto di un’indole che lo porta a rinnovare e reinterpretare anche le immagine più cristallizzate, e dunque anche un po’ consumate, divenute logore.

Impossibile qui ripercorrere tutte le tappe di una esistenza spesso tormentata dal denaro che manca (non riesce a mantenere la moglie; il ruolo umiliante di “negro”, al servizio di uno scultore americano, gli sottrae tempo e ispirazione), e che si apre al successo, unanime, solo con gli anni Trenta (primo premio alla Quadriennale di Roma, e premio leggendario da 100 mila lire…).

Ma due tappe emergono – tra slanci e “ritorni all’ordine” – come di fondamento.

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 Arturo Martini sorprende, nel 1933, con una interpretazione che si riferisce sempre al Nuovo Testamento. E che mette d’accordo spirituale e corporeo. Nella sua Annunciazione, Maria e l’Angelo non appartengono a mondi distinti: il messaggero divino, quasi ragazzo nei tratti, cade a capofitto, si rovescia sulla Vergine: è un corpo a corpo, è una sorta di “in-carnazione” che non può essere confusa con una eccentrica trovata. Ma è la ulteriore testimonianza di un classico che aspira al nuovo, che “sente” e non rappresenta. Che “rivive” quell’episodio.

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 E ancora Martini spiazza tutti scrivendo, nel 1945 – ben prima di un processo quasi “di epurazione” che lo distrugge: lo si accusa di connivenza con il regime fascista – di una Scultura lingua morta che ha il sapore di una abiura forte, eretica, da parte di un Autore che capisce ed è consapevole, del suo immenso successo.

Elena Pontiggia interpreta quel che succede come avvertimento della necessità di un cambio di approccio. In qualche maniera parallelo alla reazione di tanti, entrati loro malgrado nella “nuova età” che l’atomica ha inaugurato (mi colgo vivo, ma non so da dove vengo, né dove andrò…).

Ecco, allora, il disegno abbandonato; da considerare morta la statuaria; la scultura da interpretare, ora, “come spazio”.

Martini – in anticipo come tanti grandi – già coglie, così, il profumo dell’arte informale che verrà.

G.Sa

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