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La nuova legge sulla cittadinanza

Nelle scorse settimane ho avuto l’opportunità di presentare a diverse classi di studenti delle scuole acquesi la mostra sulla Costituzione, installata presso l’Itis Montalcini. È stata un’esperienza molto interessante, specie perché i ragazzi (soprattutto i più giovani) hanno posto numerose domande, hanno espresso le loro considerazioni. L’argomento non era dei più facili, eppure l’interesse è stato evidente: ai ragazzi è risultata chiara l’importanza della cittadinanza, del suo rapporto con diritti e doveri, della fondamentale uguaglianza tra le persone, della necessità di creare condizioni e regole giuste per l’integrazione tra italiani e quanti hanno origini straniere: una integrazione che i nostri ragazzi vivono già ogni giorno sui banchi di scuola.

Per questo ho seguito con interesse (e preoccupazione) la nuova legge sulla cittadinanza finalmente in discussione in questi giorni al Senato (dopo la sua approvazione alla Camera, avvenuta nel 2015): essa stabilisce i criteri per ottenere la cittadinanza italiana e riguarda soprattutto i bambini nati in Italia da genitori stranieri o arrivati in Italia da piccoli. La norma attualmente in vigore prevede un’unica modalità per acquisire la cittadinanza: un bambino è italiano se almeno uno dei genitori è italiano (per questo si parla di ius sanguinis, dal latino “diritto di sangue”). Un bambino nato da genitori stranieri, anche se nato sul territorio italiano e se vive in modo stabile nel nostro paese, può chiedere la cittadinanza solo dopo aver compiuto 18 anni. La legge in vigore è da tempo considerata carente e ingiusta: esclude per diversi anni dalla cittadinanza e dai suoi benefici decine di migliaia di bambini nati e cresciuti in Italia. Non a caso la richiesta di una nuova normativa è stata una delle proposte avanzate nella Settimana Sociale dei cattolici italiani del 2010 a Reggio Calabria e nuovamente in quella di Torino del 2013.

Conoscere le nuove norme

La nuova legge oggi in discussione prevede due criteri (dettagliati e piuttosto rigidi): 1) un bambino nato in Italia potrà diventare italiano se almeno uno dei due genitori si trova legalmente in Italia da almeno 5 anni. Se il genitore in possesso del permesso di soggiorno proviene da uno stato extracomunitario, deve inoltre corrispondere ad altre tre condizioni (reddito, alloggio idoneo, conoscenza della lingua italiana).  Al momento sono stimati in circa 650.000 i ragazzi in questa situazione. 2) Potrà chiedere la cittadinanza italiana il minore di origine straniera nato in Italia o arrivato entro i 12 anni che abbia frequentato la scuola italiana per almeno cinque anni e superato almeno un ciclo scolastico (cioè le scuole elementari o medie). Un ragazzo nato all’estero arrivato in Italia fra i 12 e i 18 anni potrà avere la cittadinanza dopo aver abitato in Italia per almeno sei anni e avere superato un ciclo scolastico. Al momento si stima che siano circa 165.000 i ragazzi in questa situazione.

Contro la legge proposta dal centro-sinistra e sostenuta dal governo si sono schierati Lega Nord, Forza Italia, FdItalia e Movimento 5 Stelle, ma il dibattito di questi giorni lascia davvero interdetti. Infatti, le obiezioni a queste nuove norme risultano del tutto sfasate alla realtà, ad una giusta prospettiva di futuro per i ragazzi e i giovani che regolarmente vivono e studiano in Italia, anche nella nostra città e diocesi. Si stima in circa 300 i ragazzi in questa situazione nel nostro circondario (una quota del 12-13% sul totale, con provenienze molto varie: est Europa, Asia, Africa, sud America). Qualcuno parla di “invasione” o di “sostituzione etnica” o di “minaccia terroristica”, quando in realtà la legge riguarda ragazzi che si sentono italiani, perché già vivono nel nostro paese con genitori che qui lavorano, pagando tasse e contributi. Qualcun altro parla di “pasticcio”, ma il motivo sembra più elettorale e di contrapposizione al governo e al PD, facendo ancora una volta leva sulla paura e sulla scarsa informazione della gente.

Dividere o rispondere a buone domande?

È evidente che con slogan ostili di questo genere non si risolvono problemi complessi, anzi si alimenta l’ostilità ed il pregiudizio, proprio il contrario di ciò che serve ad una sana integrazione e partecipazione. Oggi, purtroppo, va di moda un altro atteggiamento: “fare i cattivi”, “intimorire”, anche a costo di manipolare i fatti: è una logica a cui ogni cittadino, a maggior ragione se credente, dovrebbe opporsi. In proposito così si esprime il direttore di “Avvenire”, quotidiano dei Vescovi italiani: «Lo so, tanti sostengono che “fare i cattivi paga”, noi no. Io, poi, sono certo che, alla lunga, il cattivismo non paghi in nessun senso. E penso che sia necessario dire alto e forte che chi lavora per approfondire una linea di rottura dentro la nostra società, opponendo italiani di tradizione e di adozione, fa un grande male. Quanto di peggio la politica possa fare. Tanto più per un Paese come il nostro, una nazione-ponte con una naturale vocazione a esercitare una leadership culturale ed economica mediterranea e in virtù della sua tradizione, vivificata dal cristianesimo, a esercitare un influsso morale alto, generatore di dialogo e di pace. Dipende solo da noi rinunciare o no a questo ruolo. Sarebbe triste e terribile se gettassimo la spugna, proiettando un’immagine impaurita, ostile dell’Italia e degli italiani. Il Paese che amo e che amiamo tutti è molto diverso e migliore. Anche questa giusta legge può confermarlo, e si deve saperlo fare adesso. Si è atteso troppo».

Per questo, forse, vale la pena ricordarsi di quei ragazzi che si sentono italiani, vanno a scuola con i nostri figli o nipoti, e pongono buone domande!

Vittorio Rapetti

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