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Giulio Monteverde

Giulio Monteverde nel centenario della morte

Peccato. È difficile, oggi, parlare di peccato: troppe indulgenze, troppi modi di agire in piena libertà, diventati usuali, rendono difficile intenderne il vero significato.

Ci sono, o forse meglio, c’erano una volta, peccati anche gravi, che comportavano una pena o una penitenza, allora ce n’erano tanti, anche di omissione, e facevano sentire il senso della colpa.

Si dice ancora “è un peccato”, quando accade una cosa spiacevole, inopportuna, comunque tale da far perdere una occasione.

È quello che è capitato in questi giorni a Bistagno, visto che il centenario della morte di Giulio Monteverde (3 ottobre 1917) è passato quasi inosservato.

Certo una volta non sarebbe successo e, forse, oggi non si può far colpa ad una moltitudine di persone che non sono sensibili all’arte, al bello, o forse anche solo all’orgoglio di vivere in quel paese, se nessuno ha trasmesso loro valori di questo genere.

Ben diversamente era stato ricordato il centenario della nascita dello scultore, nel 1937: allora si era mobilitato tutto il paese.

Nell’arco di un mese si erano nominati responsabili di vari settori organizzativi, coinvolti Ministeri e Autorità: furono coniate medaglie, fu pubblicato un opuscolo, si trovarono benemeriti che resero possibile una giornata di festa, con fiori, striscioni e corone d’alloro. La casa natale di Monteverde, con il bassorilievo celebrativo dell’allievo Vito Pardo, diventò meta della celebrazione, che si concluse con discorsi e pranzo.

La città di Genova donò la copia del Colombo giovinetto e parte dei gessi: l’originale del monumento a Minghetti e una testa femminile, mentre la figlia dello scultore mandò, per la mostra, che fu allestita nel palazzo Saracco, le decorazioni del padre e una medaglia d’oro, donata dal Re di Baviera.

Il paese ricordò a lungo la giornata della celebrazione.

Anche oggi ci sono le Autorità, c’è addirittura un museo che raccoglie le sue opere, eppure nessuno ha preso l’iniziativa di commemorare lo scultore con adeguata solennità. Proprio lui che, nato quasi per caso a Bistagno, quando era tornato, ormai settantacinquenne, per una commemorazione di Saracco, aveva sentito tanto fortemente il calore dei Bistagnesi, orgogliosi di tanto artista, da tornare nel paese più volte e da donare la sua Madonna della pace con questo augurio “Confido che questa opera mia avran cara i compaesani ai quali la offro perché si ricordino di me”.

Così era stato nel 1937, ma nel 2017 la ricorrenza è praticamente sfuggita (né può essere giustificata la mancanza di fondi: allora tutto venne fatto senza spese per il Comune). A maggio, nell’ambito di manifestazioni della valle, erano state preannunciate le Monteverdiadi (?), poi è stata inaugurata (a Cassine) la mostra itinerante  I will not die entirely (per non scrivere solo Non omnis moriar, che Orazio aveva riferito all’immortalità della sua opera, perché pochi avrebbero capito): non so quanti l’abbiano vista, quanti abbiano inteso il nesso tra immagini (in fotocopia) e le parole, naturalmente tradotte in inglese per una migliore comprensione. Tutto ciò è trendy.

Qualche sentore si poteva avvertire a luglio, quando sui giornali si leggeva:

BISTAGNO – Sabato 15 luglio nella cornice che incrocia piazza Claudio Monteverdi e corso Italia, in occasione delle celebrazioni monteverdiane per il centenario della morte dello scultore Giulio Monteverde (Bistagno 1837-Roma 1917), il Comune ospiterà Ballando con Monteverde, spettacolo danzante che a partire dalle 21 farà rivivere le atmosfere…

Non c’è refuso nell’indicare che la piazza è intitolata ad un altro Grande, ma musicista secentesco: c’è ignoranza, la stessa che ha fatto pensare che si può ballare con Monteverde, in occasione del centenario della sua morte.

Si dice che allora sia mancata l’informazione: 15 componenti l’équipe, 17 gli spettatori, se è vero…

C’è poi da stupirsi? Da due anni si legge sul sito ufficiale della Regione Piemonte Italia, per la Gipsoteca di Bistagno, che “Nel 1973, in occasione del centenario della nascita dello scultore Giulio Monteverde (1873-1917), viene inaugurata a Bistagno la Gipsoteca Giulio Monteverde” (nessuno evidentemente ha segnalato nel frattempo l’errore). In pratica: con l’errore dell’anno di nascita (1873 invece del 1837), viene fatta risalire al 1973 la Gipsoteca, che invece, nella sua prima sede, è del 1987, in occasione dei 150 anni dalla nascita, quando si ricordò lo scultore con varie iniziative, con la pubblicazione della monografia, persino con un annullo postale celebrativo.

Credo che la dimenticanza sia spesso frutto di ignoranza, cioè di non conoscenza, perché oggi non c’è interesse a ricordare il passato: in fondo, in una società come l’attuale, tutta dedita alla rapida soddisfazione, al fast di tutto, perdere tempo a ricordare può sembrare perdere chances di godimento. Se ne può fare a meno.

Alla nostra parola patrimonio del passato corrisponde l’inglese legacy: è parola meno burocratica e più vincolante per gli eredi. Che propagandare la parola legacy possa servire per una nuova moda?

In fondo, al giorno d’oggi, la fortuna di alcuni è stata un’idea, a volte di una parola, diventata moda: se questo servisse a suscitare interesse per le nostre radici e il bello che il passato ci ha lasciato, ne avremmo grandi vantaggi, in tutti i sensi.

Se qualcuno fosse poi curioso di vedere la folla di quel giorno di festa del 1937, può vederla su You Tube – I° centenario della nascita di Giulio Monteverde- Giornale Luce B1185 del 20/10/1937: l’organizzazione aveva pensato a lasciarne memoria. Già, memoria che ora non viene ricordata dai nipoti…

Non credo sia facile interessare all’arte le nuove generazioni e senz’altro è ancora più difficile coinvolgere gli adulti, ma credo che si potrebbe ottenere molto se, nell’educazione che viene impartita a scuola, almeno a Bistagno, si ricordasse chi è stato Giulio Monteverde e come ha amato il paese ove era nato. L’artista aveva un grande talento ed è stato riconosciuto come l’artista più noto nell’Italia Umbertina, ma è stato grande anche per le sue doti umane: le onorificenze, la nomina a Senatore e il successo universale non l’avevano allontanato dai sentimenti profondi e veri. Basti ricordare i doni che lasciò là dove aveva vissuto la sua fanciullezza: il busto del padre a Monastero, ove risiedeva la sua famiglia, la Madonna della pace a Bistagno, ove era nato e il monumento a Saracco ad Acqui, l’ultima sua opera, che terminò negli ultimi giorni della sua vita, quando ormai le forze lo abbandonavano.

Mostrare alle nuove generazioni come il successo può accrescere le doti dell’uomo, quando il bello e il buono lo guidano nella vita, ricordando questo esempio, credo sia la cosa più importante che si possa insegnare ai ragazzi.

Io, qualche anno fa, ho provato a suscitare l’interesse del paese, organizzando qualche manifestazione, nel ricordo dell’importante personaggio, che ha improntato l’arte e la società italiana della fine dell’Ottocento. Si poteva, per tempo, organizzare un congresso che rivalutasse la sua opera e che avrebbe potuto essere la base di una monografia dell’artista, che a tutt’oggi manca. Con l’adesione del compianto Prof. Sborgi, allora coinvolto, sarebbe stato possibile, ma nessuno, neppure chi avrebbe potuto farlo per dovere istituzionale, ha mostrato interesse a iniziative di questo genere.

E così il tempo è passato, nessuno ha pensato che sarebbe venuto il 2017.

Peccato!

Giandomenico Bocchiotti

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