Diocesi

Monsignor Marco Brunetti, vescovo di Alba, delegato Cep alla pastorale della salute

mons. Marco Brunetti vescovo di AlbaNell’ultima riunione della Conferenza episcopale del Piemonte (Cep), tra i vari temi, è stato affrontato anche quello della tutela dei minori nella Chiesa e monsignor Marco Brunetti è stato indicato come referente per organizzare una commissione apposita al servizio delle diocesi. Brunetti, nato a Torino nel 1962, è vescovo di Alba dal 2016 e nella Cep ha già la delega alla pastorale della salute. A lui abbiamo chiesto di spiegare in cosa consiste la nuova delega.

Che cosa ha deciso la Cep sulla tutela dei minori?

Nell’incontro dei vescovi a Vicoforte di Mondovì, il presidente della Cep monsignor Cesare Nosiglia ha presentato la richiesta che viene dalla Cei (Conferenza episcopale italiana) perché ogni regione ecclesiastica incarichi un vescovo che si dedichi alla tutela dei minori. La Cei ha istituito da poco un servizio nazionale, con un vescovo presidente, uno statuto e degli esperti. La stessa cosa bisognerà costruirla a livello regionale. Punto di partenza era trovare un vescovo che se ne occupasse.

Perché è stato indicato lei?

Perché in passato mi sono occupato di sacerdoti con diversi problemi soprattutto nel campo della salute. Avendo già la delega della pastorale della salute nella Cep, conosco professionisti come psichiatri e psicologi. Sicché in maniera assembleare i vescovi mi hanno chiesto di affiancare questo nuovo incarico.

Che cosa vuol dire in concreto?

Dovremo costruire il servizio a livello regionale. La Cei ha già impostato una bozza di statuto, ma la cosa importante sarà costituire una commissione regionale, presieduta dal sottoscritto, con esperti anche laici, quindi psicologi, psichiatri, giuristi, educatori. E a ricaduta bisogna che ogni diocesi esprima un referente, un responsabile per questo settore, in modo dar dare vita a una consulta regionale.

Ci sono documenti in vista da parte del Magistero?

La Cei sta per emanare le linee guida che saranno presentate nell’assemblea generale a maggio, e che saranno il punto di riferimento. Anche la Santa Sede sta elaborando vari documenti. Si parla di un vademecum, che dovrebbe essere consegnato a tutti i vescovi, per sapere come comportarsi in queste situazioni. Inoltre si attende un motu proprio del Papa, anche se questo è un po’ più collegato alla vita dello Stato del Vaticano.

Come si sta muovendo la Chiesa nella tutela dei minori?

Si sta sviluppando un lavoro in più fasi. Per primo si punta alla prevenzione a tutti i livelli nelle nostre comunità ecclesiali, gruppi, associazioni, movimenti. C’è poi da fare un lavoro di formazione degli operatori, tenendo conto che non dobbiamo solo pensare ai sacerdoti, anche se son quelli che fanno più notizia quando purtroppo ci sono dei crimini di questo genere, ma dobbiamo pensare a tutti gli operatori pastorali all’interno dei nostri oratori, associazioni sportive, campi scuola. Terzo lavoro è l’accompagnamento di vescovi, diocesi, unitamente all’ufficio nazionale, nel caso in cui – speriamo mai – avvengano degli abusi, e quindi occorre seguire le normative e le indicazioni della Santa Sede. Quarto aspetto: bisogna pensare a forme di riabilitazione, perché anche le persone coinvolte – che giustamente devono essere sottoposte a giudizio – rimangono pur sempre delle persone da riabilitare nel momento in cui hanno espiato il loro debito. Si tratta di un comparto da costruire. Io credo che un grandissimo aiuto lo dovremo trovare in laici competenti e preparati. Qui però non si tratta di rispondere a un’emergenza, al caso che esplode e che speriamo mai avvenga. Si tratta di lavorare sull’ordinario. Dobbiamo far diventare una prassi educativa l’attenzione nei confronti dei minori, che ha del positivo, nel senso che il minore è un valore per la Chiesa. Non qualcosa da tenere a distanza.

Come pastore che giudizio dà sull’intera questione pedofilia?

Il problema della pedofilia ha segnato e macchiato la vita della Chiesa. È emersa soprattutto negli ultimi anni e dobbiamo chiedere perdono, soprattutto alle vittime. È vero che come dice papa Francesco, un solo caso è già troppo, ma purtroppo dobbiamo tenere presente che la Chiesa è costituita da persone con le loro fragilità. Non vanno giustificati i pedofili, ma dobbiamo fare i conti con il male che entra a gamba tesa nella vita della Chiesa. Io sono convinto che nel combattere duramente questa piaga, facendo tutto il necessario perché i crimini vengano denunciati e puniti, dobbiamo anche mettere in evidenza tutto il positivo che la Chiesa fa nei confronti dei ragazzi. Abbiamo una storia di santi e santità, a partire dal nostro don Bosco e prima ancora da san Filippo Neri. Il detto evangelico “lasciate che i bambini vengano a me” la Chiesa l’ha vissuto costantemente. Dobbiamo evidenziare la molta luce che viene da tantissimi sacerdoti, religiosi e laici votati all’educazione dei bambini.

Si è parlato di numeri del fenomeno a livello di Cep e Cei?

Non se n’è parlato in modo scientifico. Casi ce ne sono qua e là, e sono anche emersi. A livello piemontese qualche caso c’è stato, ma siamo a qualche caso e anche di tanti anni fa. Almeno per quello che si sa, perché il problema è che spesso le cose non si sanno e diventa difficile intervenire. Però il nostro lavoro, almeno in Piemonte, non si basa sull’emergenza di casi da affrontare, ma sulla volontà di mettere i responsabili delle comunità in una condizione di serenità, aiutandoli a prevenire e formare tutti coloro che hanno a che fare con i minori.

Il che rappresenta un cambiamento di passo, rispetto al passato.

Sì, nel passato si agiva diversamente, ma credo fosse tutta la società che agiva diversamente. Era un modo di pensare, una cultura. Si era figli di un’altra impostazione, per cui sicuramente errori ne sono stati fatti e se n’è presa coscienza. Ma non vedrei sempre e comunque malafede nel passato. Tanti hanno agito in coscienza, pensando di fare il bene delle persone, pur tenendo presente la gravità delle cose. Oggi la nostra coscienza è mutata. E la questione sarà affrontata in modo diverso, molto severo, con la tolleranza zero di papa Francesco.

Cosa deve fare un persona che si trovasse davanti a un caso di pedofilia?

Lo deve denunciare. Se si tratta di ambienti ecclesiastici o religiosi, al vescovo o al superiore religioso: sarà lui a prendere le iniziative necessarie. Ovviamente dovrà essere una denuncia formale, scritta e firmata, non basata sul sentito dire. Le persone coinvolte hanno, poi, il diritto e dovere di denunciare alla magistratura. È finito il tempo in cui queste cose si risolvevano sotto silenzio, magari con accordi privati. Dobbiamo avere il coraggio di affrontare queste cose con trasparenza e senso di giustizia, oltre che di misericordia.

Giusto Truglia

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