E’ un “concerto” masterclass quello di Gabriele Lavia, con i suoni della parola leopardiana
Calamandrana. Una serata speciale, con un patriarca della scena, in uno spazio tutto nuovo di “Teatro e Colline”

Calamandrana. E’ stato Gabriele Lavia, sabato 25 luglio, ad inaugurare il nuovo anfiteatro, collocato nel paese alto. Che ora, spazio scenico e panoramico, affacciato sulle colline patrimonio dell’UNESCO, si aggiunge ai “luoghi di tradizione”, quelli dei cortili e delle piazzette, che dal 1991, edizione dopo edizione (pur con qualche “salto”), han contrassegnato 35 anni di vita culturale astigiana. […]
Circa trecento sono gli spettatori per lo spettacolo che Gabriele Lavia, 83 anni, vero patriarca del teatro, affina ormai da un paio di lustri. […]

All’entrata in scena, al contrario di quanto accade nel canto leopardiano Io qui vagando, il tuono errante non strepita, ma si limita a lontani bubbolii… La Natura non è matrigna. La sera (e qualche inquietudine gli organizzatori l’hanno comunque provata…) è salva.
La Poesia. La Poesia ritorna
Seguono più di 70 minuti di “poesia pura”. Che conquista. Gabriele Lavia – l’amore per Canti & Idilli nasce ab antiquo: “da ragazzo volli impararli a memoria, per averli sempre con me” – non solo restituisce, ma rende, nella sua pienezza, la parola del poeta disilluso di Recanati. Che assai per poco ai sogni crede. Ma quando lo fa, convintamente spera.
Ed è, per tanti, una riscoperta: i versi sono suono, sono musica, son fraseggio, intercalato da pause, son crescendo e diminuendo, accelerando e rallentando… Il pubblico non si perde un respiro.
L’inizio è dialogante, insiste sull’etimo della parola teatro; il parlare estemporaneo si concede una lieve digressione sull’uomo con il “ciuffo biondo e colorato” che già comanda l’America, e vorrebbe imporsi al mondo. Al tema centrale ci si avvicina pian piano. Un po’ anche interrogando il pubblico (“cosa porta la donzelletta? Il suo fascio dell’erba, non i fiori!; quelli verranno dopo…”).
C’è spazio, ed è naturale, anche per l’esegesi. Storia di un suicidio: è questo il titolo più congruo per Il sabato del villaggio. Se la vecchierella siede con le vicine, e fila, è logico qui identificare le Parche.
Cosa sta confezionando il legnaiolo, di cui ascoltiamo il suono di sega e martello, nel chiuso della sua bottega, lui che veglia, a notte alta, alla lucerna, impegnato in un lavoro che va concluso prima del sorgere del sole? A voler completare il non detto, si deve pensare ad un falegname che sta preparando una bara, destinata ad un suicida, la sepoltura da effettuarsi anzi il chiarir dell’alba.
Altri indizi si possono cogliere ancora qua e là, a cominciare da rose e viole, omaggio funebre.


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E che dire de La sera del dì di festa? L’attacco è il più bello, forse, di tutta la Letteratura Italiana: doLcE E chiArA È LA NottE E sENzA vENto, con vocali e consonanti che son le più cordiali…
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La successione dei pezzi è rovesciata rispetto alla linea della genesi. Dopo Silvia e Nerina, dopo il pastore errante dell’Asia, l’approdo è il “sonetto rotto, e forzato” (con un verso che eccede, significativamente, la misura tradizionale) de L’infinito.
Ma ora il corifeo Lavia guida un largo coro: ora ripescandoli dalla memoria, ora leggendoli sul piccolo schermo dello smartphone, i trecento del pubblico scandiscono gli endecasillabi. E così la dimenticata Poesia – assai spesso considerata moribonda, superata e fuori tempo – torna ad essere. Ad essere vivo patrimonio condiviso.
G.Sa
L’articolo completo nel numero de “L’Ancora” in edicola il 20 agosto.