Vangelo della domenica

Domenica 22 aprile (anno B)
domenica di Pasqua

Il buon pastore condivide la condizione del gregge, la sua fame, il suo fango; il buon pastore entra cioè nella fragilità del gregge, la fa sua, non per starci, ma per portare il gregge fuori, nei verdi pascoli, nelle fresche acque. Nel vangelo di domenica 22 aprile, quarta di Pasqua, si legge che Gesù è mandato dal Padre affinché gli uomini: “abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”. Gesù dimostra di essere buon pastore perché dona la vita per il gregge. Tutti i pastori, ricordati nell’Antico Testamento, aiutavano il gregge, lo conducevano ai pascoli, ma mai a costo della vita; Gesù è l’unico che si mette al posto del gregge, per questo è nuovo. Chi stava ascoltando le parole sapeva bene di cosa Gesù stava parlando: salendo al Tempio per l’offerta espiatrice, ma anche per esigenze quotidiane, di famiglia o di mercato, il pastore uccideva la pecora, la vendeva. Ora Gesù rivela che egli solo è il buon pastore perché, per amore del Padre, dona la vita, in riscatto di ognuna, di tutte le pecore. “Io conosco le mie pecore… e io conosco il Padre”, nel linguaggio biblico il verbo ‘conoscere’ indica amore totale, dedizione di servizio: Gesù nutre per le pecore lo stesso amore che lo lega al Padre. E il Padre stesso, nell’amare il Figlio, gli chiede di amare le pecore, ogni singola pecora, che gli affida personalmente, dello stesso amore. Solamente fissando lo sguardo in Gesù il credente vede e comprende le parole dell’apostolo Giovanni: “Vedete qual grande amore ci ha dato il Padre in Gesù per essere chiamati figli di Dio? E lo siamo realmente!”. Riconoscere, come fa l’apostolo Pietro nella prima lettura, che quello di Gesù è l’unico nome nel quale troviamo salvezza, significa riconoscere che soltanto la qualità di questo amore, che si esprime nel dono della vita, è l’unico che ci può liberare dal male, dall’egoismo. Riconoscerci figli di Dio significa riconoscerci nel suo amore che è dono, per divenire simili a lui, facendoci a nostra volta dono per i fratelli.

Nell’antico oriente era usanza che i re designassero se stessi come pastori del popolo. Questa era una immagine di potere, una immagine cinica: i popoli erano trattati come pecore, delle quali il pastore poteva disporre a piacimento. “Non è il potere che redime – disse Benedetto XVI nel discorso di inizio pontificato – ma l’amore! Noi soffriamo a volte per la pazienza di Dio nei confronti del male degli uomini. Dio, che si è fatto agnello, dice che il mondo viene salvato dal Crocifisso, non dai crocifissori. Il mondo è redento dalla pazienza di Dio e distrutto dalla impazienza degli uomini”.     dg

 

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