Home / Vangelo delle domeniche precedenti 2016-2017 – Ciclo A

Vangelo delle domeniche precedenti 2016-2017 – Ciclo A

Domenica 30 luglio XVII domenica del tempo ordinario

“La tua legge o Dio è preziosa più di mille pezzi d’oro e d’argento”, così recita il salmo tra le letture di domenica 30 luglio.

Anche il vangelo parla di ricchezze, richiamando “un tesoro nascosto”, che merita molta attenzione da parte del contadino avveduto, e parla anche di “una perla di grande valore”, che il mercante saggio cerca di acquistare anche con sacrifici. Tre gli elementi che costituiscono il significato delle parabole del tesoro e della perla: il valore del ritrovare, la determinazione dello scoprire, la gioia del possedere. Contadino e mercante, per acquistare i beni scoperti, “vendono tutti i loro averi”; non sono persone ricche, non spendono del superfluo, non si tolgono uno sfizio: investono tutto con gioia; si impoveriscono, per poco tempo, perché sono certi di guadagnare per sempre. “Il regno dei cieli, dice Gesù, è simile ad un tesoro nascosto, ad una perla di grande valore”, acquistarli è lo scopo unico della vita. Le due parabole insegnano che la conversione a Dio, che esige sempre un radicale distacco, nasce dall’aver trovato. Lì consiste la gioia: non rimpiangere il lasciato, ma gioire della fortuna di cui si è entrati in possesso. Nasce dalla esperienza di un grande dono, da un inaspettato incontro che allarga il cuore: la lieta notizia, l’euanghelion, il vangelo. Il credente, che ha scoperto la fede in Gesù, non dice “ho lasciato”, ma “ho acquistato”; non dice “ho venduto il campo”, ma “ho trovato un tesoro”, e si ritiene fortunato. Certo, per seguire Gesù occorrono decisione, abbandono senza riserve e adesione senza rimpianti: vivere in coerenza la fede merita di vendere tutto, in una atmosfera di gioia.

Il vangelo vede il distacco come recupero di autenticità, di umanità, giustamente: si lasciano gli idoli corruttibili, per seguire Dio, che costituisce il solo necessario. Il ritorno a Dio è un ritorno a casa. Le cose materiali da vendere sono possessi passeggeri, spesso alienanti, beni che dopo poco deludono, dividono, impediscono di godere prima di tutto della fraternità. Il novantanove per cento degli odi nelle famiglie, povere o ricche che siano, sono i soldi, il possesso di beni. Il contadino e il mercante del vangelo vendono “pieni di gioia”, ben consci che il “regno dei cieli” lo merita, oggi e per l’eternità. dg

Domenica 23 luglio XVI domenica del tempo ordinario

“Ci sostengano, o Padre, la forza e la pazienza del tuo amore, perché si ravvivi in noi la speranza di veder crescere l’umanità nuova”, così recita la preghiera della messa di domenica 23 luglio.

Quante volte ci sentiamo esasperati quando ci guardiamo attorno: ingiustizie, odio, guerre senza numero serpeggiano nella nostra società.  Nella parabola della zizzania i servi sono talmente bonaccioni pensando che nel mondo non esistano malvagi di vita e professione, gente che non fa altro che danneggiare il prossimo con totale sprezzo del senso di minima giustizia, sia per il proprio tornaconto sia spesso solo per il gusto sadico di sparare a vista. La tolleranza del padrone descritto nella  pagina del vangelo di Matteo non va giudicata come bonomia confusionaria, pavida e qualunquista, di chi fa di ogni erba un fascio, giustificando tutto, soprattutto le pugnalate subìte da altri. C’è tolleranza là dove c’è chiarezza nell’affermare i principi e nel contrastare con coraggio il perseguimento della violenza del male. La tentazione dei servi è logica e appare superficialmente giusta ed efficace: estirpiamo i malfattori da questa società, chi semina zizzania. Il giudizio però appartiene a Dio. C’è persino ironia nelle parole di raccomandazione del padrone: “Perché non abbiate a strappare il grano insieme alla zizzania”.

Lo spirito tollerante, è frutto di lucidità, serietà, ampiezza di vedute, perché spesso il bene e il male costituiscono un intreccio che a nessuno, se non a Dio, è facile districare. Per lo meno è certo che la separazione della zizzania dal grano non passa quasi mai fra le pagine di giornali o di videate televisive o di internet, anzi in questo contesto la confusione viene volutamente spesso esasperata. L’uomo tollerante non si scandalizza quando si accorge che la comunità in cui vive è mediocre, pavida e vile, ben lontana dalla identità evangelica. La tolleranza, oltre a una corretta conoscenza di Dio e adesione al vangelo, richiede come base un autentico (fatti non parole) amore per il prossimo. C’è qualcuno che ama più le idee (le proprie) che gli uomini (il prossimo); Gesù ama gli uomini in carne e ossa che incontra nel suo quotidiano con i loro limiti e le loro fragilità. Dunque un invito alla pazienza, che l’autore della Sapienza rivolge ai suoi contemporanei, e che Gesù rivolge a scribi e farisei e che, attraverso il vangelo, continua a rivolgere ad ognuno di noi. dg

Domenica 16 luglio XV domenica del tempo ordinario

“Il cuore di questo popolo è diventato insensibile, gli uomini sono diventati duri d’orecchi e hanno chiuso gli occhi”; così, nel vangelo di domenica 16 luglio, Gesù spiega ai discepoli il perché del fallimento della semina, che non rende come nelle attese.

Nel commentare la parabola del seminatore siamo tentati di dare la colpa del fallimento alla poca terra, agli uccelli che mangiano il seme, ai rovi che soffocano il germoglio, alla carenza d’acqua e al sole che secca; del resto anche il primo commento di Gesù è su questa impostazione, più commerciale che evangelica: ho speso tanto e ricavato poco. Provocato dagli apostoli Gesù svela il suo pensiero in proposito e questo sembra, alla prima apparenza, un giudizio duro: se la parola di Dio non rende le opere attese, la colpa è del cuore dell’uomo: sordo, cieco e muto. Le letture della messa offrono in proposito considerazioni diverse; il profeta Isaia, nella prima lettura, apre alla speranza: “Dio opera perché la terra dia seme al seminatore e pane da mangiare”, per questo il profeta implora: “Pioggia e neve scendano dal cielo, fecondino la terra e la facciano germogliare”. Per il profeta l’opera principale spetta a Dio, è lui il padre, il creatore dell’umanità, soccorrerla spetta a lui, è suo compito: “Così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata”. Il profeta si rivolge ad un popolo assai provato dalla schiavitù, dall’esilio e il suo compito è di infondere fiducia in Dio. Nella seconda lettura l’apostolo Paolo non dà colpe a Dio, ma nemmeno all’uomo, che oggi è “nella sofferenza e attende con impazienza la rivelazione dell’amore salvifico di Dio”. Per l’apostolo Paolo l’umanità “attende di essere liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà”, “oggi gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo”. Gesù affronta il problema della semina in modo nuovo: parte da un atto di fiducia e di speranza: “Beati i vostri occhi perché sono capaci di vedere e i vostri orecchi perché sono capaci di sentire”: per Gesù l’unico seminatore è il Padre, che conosce il terreno handicappato e limitato del cuore umano, non si illude di raccolti generosi; ma Gesù vuole anche ricordarci che il Padre non è sfruttatore, non è calcolatore usuraio, è Padre generoso e misericordioso, si spende nell’annunciare la parola e, nel contempo, a farci testimoni della sua misericordia. Spesso la durezza del cuore umano rifiuta la parola di Dio perché disturba, spinge a comportamenti che non accondiscendono le passioni terrene.

La pagina del vangelo è molto diversificata e lucida nell’analisi delle sensibilità umane, senza farne colpa all’uomo, per questo il Padre si accontenta di ogni risultato: sessanta, trenta, anche uno per cento; a tutti Gesù dice, in egual modo e misura, “Beati, se solo vi mettete in ascolto, se anche solo guardate: il Padre farà il resto”. dg

Domenica 9 luglio XIV domenica del tempo ordinario

“Ti benedico o Padre, perché hai tenuto nascoste queste cose ai dotti e le hai rivelate ai semplici”, così, nel vangelo di domenica 9 luglio, Gesù si rivolge al Padre; egli si riferisce al fatto che scribi e farisei, i dotti del tempo, non avevano capito, anzi avevano rigettato il messaggio del suo vangelo, inchiodati sulla interpretazione tradizionalista dell’Antico Testamento; allora Gesù cambia destinatari e predilige persone semplici, umili, povere.

Ad essi, e solo ad essi, viene concessa la conoscenza del mistero più grande, il rapporto d’amore nella Trinità: “Nessuno conosce il Padre se non il Figlio, e coloro ai quali egli lo vorrà rivelare”. La prima disponibilità, per essere accolti da Dio, è riconoscere la propria povertà, prendendo coscienza che l’uomo necessita di un’unica cosa: “Conoscere te o Padre e Gesù che tu hai mandato”. La nostra salvezza è prendere coscienza di ciò che si è, figli di Dio. Lo ha capito Guido, santo vescovo di Acqui, che ha risposto alla chiamata divina facendosi semplice, umile e povero, contento solo di Dio. Egli ha scoperto che il vangelo, vissuto e testimoniato in coerenza, rende creature nuove, persone risorte e fortemente gioiose, partecipi della più profonda e ricca umanità del Figlio di Dio. È dalla coerenza al vangelo che il nostro Patrono ha attinto il valore della pace e della fratellanza universale, l’impegno ad unire più che a dividere, ad ammansire il male che lacera, ad accogliere la proposta del Maestro a farsi servitori, fratelli per superare divisioni e discriminazioni, proponendo una umanità redenta, nella imitazione di Cristo. Celebrando i 950 anni della Cattedrale, completata dal vescovo Guido, spesso si crede che questa sia la sua realizzazione più grande: no, la sua opera più importante è che Guido ha fatto di questa regione, tra le Alpi Marittime e la pianura padana, così vasta e diversificata, di genti e di terre, un popolo unito nella concordia, la diocesi come impegno coordinato di chiesa locale, dove il vescovo serve perché strumento di concordia e unità. Secondo il vangelo, il re umile pone tutta la sua forza in Dio, non nelle opere realizzate, per questo è vittorioso; il vero re crede nella pace come unica forza perché ne pone il successo non su intimidazione e prepotenza, ma su verità e giustizia.

A conferma, nella seconda lettura, l’apostolo Paolo scrive: “Fratelli non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito”, così viene condannato il modo di vivere istintivo di quanti sono impegnati unicamente al successo esteriore, e, nel contempo, viene rivalutata la validità insostituibile dell’amore divino, il solo che, vissuto e testimoniato, ci può far vivere come figli dell’unico Padre. dg

Domenica 2 luglio XIII domenica del tempo ordinario

“Beato il popolo che ti sa invocare o Dio, e cammina alla luce del tuo volto”, con queste parole il salmo tra le letture, di domenica 2 luglio, invita il credente a rivolgersi direttamente a Dio nel personale dialogo spirituale senza frapporre intermediari, non sempre trasparenti e disinteressati. Ogni uomo, che lo sappia o no, che lo voglia o no, ha bisogno di Dio, a tal punto che Gesù ci fa rivolgere a lui con la semplicità, la confidenza e l’amore più grande, spronandoci a chiamarlo “Padre”.

Oltre il dialogo della preghiera personale, Dio ci sollecita a praticare segni di accoglienza come prove di fede vissuta. Due le letture di domenica prossima che ci invitano in questo senso: nella prima il profeta Eliseo, poiché è accolto da una famiglia, in nome di Dio dà un forte segno di benedizione ai due coniugi che lo hanno accolto; nel vangelo Matteo ci invita a donare anche un solo bicchier d’acqua in nome di Dio come segno di fede, praticata e vissuta. Dio chiede al credente di praticare in primo piano l’ospitalità, l’aiuto, il servizio. Non si parla di profeti o missionari, ma di piccoli: poveri, bisognosi, diversi. Per Gesù l’accoglienza praticata è uno dei segni più concreti per dimostrare la fedeltà al vangelo e lo pone come distintivo: amare Dio e amare il fratello. La fede cristiana invita il discepolo a progettare la propria vita in termini di donazione, non di possesso: chi è ansioso di conservarsi la vita la perde, chi la mette a disposizione la ritrova. Non è solo un invito a contrapporre la vita presente, terrena, e la vita futura, celeste; Gesù non ha detto rinunciate alla vita presente e la troverete dopo morte nel premio eterno. Gesù ci chiede di valorizzare il nostro progetto personale di vita in una dimensione di eternità, nella linea dell’amore, di Dio e del fratello. La scelta è fra una vita terrena vuota di valori, senza prospettiva di eternità, e una vita che non punta solo al possesso, all’avere materialmente sempre di più, ma nel vivere la propria esistenza terrena puntando sulla solidarietà. Questa seconda scelta, a dispetto del suo apparente fallimento, contiene la vera e reale pienezza della vita. Donandosi il vangelo ci garantisce che saremo e ci sentiremo da subito più realizzati e felici, sì oggi sulla terra, e sicuramente di là nella famigliarità di Dio, perché “è parola di Dio”. dg

Domenica 25 giugno XII domenica del tempo ordinario

“Dio è forza del popolo, salvezza per i meriti di Cristo Gesù”, così recita l’antifona della messa di domenica 25 giugno, 12° del tempo liturgico ordinario. “Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo; essi non hanno potere di uccidere l’anima”, così Matteo proclama ai cristiani di Siria, a cui precisamente rivolge il suo vangelo: essi, che si dichiarano fedeli alla fede cristiana, si sentono perseguitati, sono presi da paura, almeno avvertono la minaccia dei contemporanei che, solo per interessi personali, li vogliono escludere dalla loro identità sociale, perché cristiani.

Ricordando le parole di Gesù, quando inviò gli apostoli in missione, l’evangelista vuole dare fiducia ai cristiani di Siria: la piena verità sul Regno sarà presto svelata, i persecutori non possono distruggere la vera vita, perché Dio stesso veglia sui fedeli, si sentano dunque i credenti liberi dalla paura per proclamare e testimoniare con coraggio la Parola. In questo triste e cupo 2017 l’umanità intera vive nella paura, presente in ogni parte del mondo. Un grave errore stanno compiendo coloro che individuano le cause del male presente in persone e gruppi religiosi, politici, economici, sociali… per dichiararli antagonisti. Per il cristiano causa di ogni male è il peccato che sorge e si alimenta con la violenza dell’ingiustizia, a cominciare da quella distributiva: chi troppo, chi poco, troppo poco. Chi sono questi ‘loro’ nei confronti dei quali il cristiano è chiamato a bandire ogni paura? Sono le presenze che ostacolano in ogni modo il messaggio del vangelo, che minacciano e perseguitano il fedele che le testimonia e le annuncia: “Hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi”. Si tratta di uomini, gruppi, ideologie, a volte di ‘amici’ a noi vicini. Secondo il vangelo dietro tutte queste malignità c’è Satana, che per natura contrasta la verità. Le ragioni dell’odio sono sempre le medesime, anche se ogni tempo cerca di camuffare con pretesti plausibili gli atti persecutori. Caifa condannando Cristo alla morte ignominiosa in croce, come l’ultimo malfattore, lo ha fatto in piena coscienza per “Il bene comune”: “È giusto sacrificare uno per il bene comune” (che poi il bene comune era la sua cattedra di gran sacerdote). Nel vangelo di domenica il grido “Non abbiate paura” viene ripetuto tre volte. Per il cristiano di oggi, di ogni tempo, non servono le “crociate”, le guerre, le scomuniche, le dichiarazioni chiarificatrici, magari unilaterali e dogmatiche, ma la coerenza onesta, concreta e vera al vangelo, il riconoscimento pubblico dei propri peccati (tanti) e gesti altrettanto visibili di fraternità (sempre troppo pochi). dg

Domenica 18 giugno Santissimo Corpo e Sangue di Cristo

“Il Signore, Dio tuo, sta per farti entrare in una buona terra”, con questa promessa, che leggiamo nella prima lettura della messa di domenica 18 giugno, solennità del ‘Corpus Domini’, Dio si rivolge al suo popolo al termine del lungo cammino di prova e di purificazione attraverso il deserto. I pericoli però restano terribilmente minacciosi nel cuore umano e lo minano nella sua fedeltà personale a Dio, alla sua legge. Nell’abbondanza di ricchezza, cultura, libertà, lavoro, mezzi… la coscienza corre il rischio di gonfiarsi e di dimenticare. Così ancora si legge nel Deuteronomio: “Il tuo cuore non si inorgoglisca in modo da dimenticare il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto”. Corriamo tutti il rischio di vivere dimentichi di Dio e dimentichi della precarietà di ciò che possediamo, beni che esaltiamo e che ci ubriacano al punto da farci dimenticare che il nostro cuore ha bisogno di un’altra parola, di un altro pane, di un’altra ricchezza che dia senso alla nostra vita. Sazi e distratti, sicuri di noi stessi, il pensiero di Dio viene da noi relegato ai margini e accantonato: nemmeno combattuto, ma dimenticato (tamquam non esset: come se Dio non esistesse). Il richiamo che Dio rivolge al suo popolo è uno solo: “Ricordati”. Il richiamo di Dio al suo popolo non intende opporsi o limitare il benessere, come se fosse in se stesso malvagio: una terra fertile e un paese in pace sono doni di Dio. Siamo chiamati a vivere il benessere con un’altra coscienza, con spirito di figli, disposti a condividere e a mantenere ogni miglior rapporto costruttivo dei diversi valori: il lavoro e la solidarietà, la ricchezza e la condivisione, il proprio benessere e l’attenzione per i deboli, senza dimenticarsi nella lode e nella riconoscenza al Dio che ci rende ricchi della sua benedizione. Senza ricordo di Dio e della sua legge, l’uomo, l’umanità corrono il rischio che il profeta Amos avvertiva con tremore nel suo cuore: “Verranno giorni… in cui manderò la fame nel paese; non fame di pane, né sete d’acqua, ma di ascoltare le parole del Signore Dio”. Per questo noi cristiani mettiamo al centro della nostra vita spirituale il pane eucaristico, la celebrazione della messa, perché nella pratica della nostra fede cerchiamo di rendere attuali le parole di Gesù: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. dg

Domenica 4 giugno Pentecoste

“Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, gli apostoli si trovavano tutti insieme nello stesso luogo”, questo leggiamo nella prima lettura dagli Atti degli apostoli della messa di domenica 4 giugno, festa di Pentecoste, termine del tempo pasquale.

Da ebrei osservanti gli apostoli celebravano la Pentecoste biblica: memoria del passaggio del mar Rosso, Pasqua ebraica, cammino purificatore nel deserto, dono delle tavole della Legge sul Sinai, arrivo nella terra promessa. Gesù asceso al cielo attende il giorno di Pentecoste per il dono più grande per i suoi fedeli che si uniscono nell’impegno di annunciare il vangelo: il dono dello Spirito Santo: “Egli vi dirà tutto quello che dovete fare”. Lo Spirito Santo aggrega, non disperde: il popolo di Babilonia, riunitosi per costruire la torre, fallì nel suo intento perché non si capivano, non parlavano la stessa lingua; nello Spirito Santo “Ciascuno li udiva parlare nella propria lingua”. Lo Spirito Santo non impone la sua lingua, ma unifica rispettando le diversità di ciascuno puntando alla purificazione e alla conversione di ogni persona. Con la sua grazia l’intera rete delle relazioni e dei rapporti, che costituiscono l’intelaiatura della vita di ognuno, si trasforma. Lo Spirito Santo è portatore di novità e di rottura nei rapporti con il peccato, dell’uomo lasciato a se stesso, prigioniero di meschinità individualistiche e di chiusure altruistiche. Egli però è anche forza di opposizione nei confronti di una religiosità che ha smarrito la centralità dell’amore e si comporta in modo arido nella conservazione esclusiva di cardini personali abitudinari, senza slancio profetico nel vangelo: “Andate, fate discepole tutte le genti”, rinnovate i popoli dal loro egoismo di salvaguardia dei propri privilegi, in contrapposizione con i diritti delle genti. L’apostolo Paolo nella lettera ai Corinzi, seconda lettura, ci fa riflettere in un’altra direzione: non più il rapporto chiesa-mondo, ma i rapporti interpersonali, tra persona e persona, tra comunità e comunità. Lo Spirito Santo si manifesta in forme molteplici: la varietà dei doni è un fatto positivo, anche se per alcuni è scomodo, per la tendenza all’uniformità appiattita. Lo Spirito Santo è unicamente collaborazione ed edificazione comunitaria, senza spazi per la contrapposizione, la rivalità e la dispersione. Si vieni Spirito Santo, completa la conversione di ogni credente dal peccato, fanne creatura nuova, capace di slanci ed idee in sintonia al vangelo. dg

Domenica 21 maggio VI Domenica di Pasqua

“Di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra”, così Gesù agli apostoli prima di ascendere al cielo.

La liturgia di domenica 21 maggio celebra la sesta domenica di Pasqua e nella prima lettura dagli Atti degli apostoli dice: “In quei giorni Filippo, sceso in una città della Samaria, cominciò a predicare il Cristo. E le folle prestavano ascolto”. Il racconto dell’apostolo Filippo e della sua missione in Samaria, è preceduto da una annotazione importante: “Scoppiò una violenta persecuzione contro la chiesa di Gerusalemme”. Non è una coincidenza secondaria e il legame fra persecuzione e diffusione del Vangelo non è puramente esteriore, è invece un legame profondo. Secondo il racconto degli Atti il conflitto non fa parte di un momento passeggero della storia della fede cristiana, ma l’accompagna sempre: il tempo della chiesa è tempo di gioia e di consolazione derivanti dalla presenza dello Spirito, ma è ugualmente occasione di tentazione, sofferenza e persecuzione. È la via del Cristo che continua. Gesù ha indicato ai suoi fedeli un cammino, non una città, un paese, un popolo in cui fermarsi; l’apostolo Filippo è l’iniziatore di una tappa importante del cammino della missione: per la prima volta l’annuncio esce dai confini territoriali della fede, cultura, mentalità ebraica, il vangelo è portato a gente ritenuta esclusa e diversa, i samaritani appunto, che i giudei disprezzavano e consideravano alla stregua degli infedeli. Alla predicazione di Filippo si unisce l’aiuto degli apostoli Pietro e Giovanni che confermano la parola dell’apostolo e arricchiscono le nuove comunità battezzate con il dono della cresima, dello Spirito Santo. “Io pregherò il Padre – così nel vangelo di domenica – ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità”. Nella vita di ogni cristiano il dono della presenza misteriosa dello Spirito Santo è il vero motore trainante dell’amore vicendevole. È unicamente nell’esperienza quotidiana e concreta dell’amore fraterno che si fa spazio e si rende testimonianza della propria fede e della presenza nella storia degli uomini dello Spirito Santo: “Nessuno ha mai visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi”.

Scriveva don Lorenzo Milani parroco di Barbiana: “Quando ci si affanna a cercare apposta l’occasione pur di infilare la fede nei discorsi, si mostra d’averne poca, di pensare che la fede sia qualcosa di artificiale aggiunto alla vita e non invece ‘modo’ di vivere e di pensare”. dg

Domenica 14 maggio V Domenica di Pasqua

Le letture della messa di domenica 14 maggio, quinta di Pasqua, continuano ad aiutarci ad approfondire la nostra conoscenza sul ruolo di Gesù nella storia della salvezza: non sono approfondimenti storici, ma memoria del mistero di grazia della redenzione che ogni cristiano è chiamato ad attualizzare nella propria vita per essere (non semplicemente dare) testimonianza.

“Voi siete impiegati come pietre vive per la costruzione del Tempio Santo”, così l’apostolo Pietro nel brano di lettera che leggiamo. Siamo negli anni 65 dell’era cristiana; dopo pochi anni, nel 70, a Gerusalemme il generale romano Tito distruggerà per sempre il Tempio Santo del popolo di Israele, fatto di pietre. Gesù aveva predetto la distruzione del Tempio di Davide, di Salomone, e pianse su questa profezia, perché il Tempio ha sempre costituito per Israele il segno della presenza salvifica di Dio in mezzo al popolo della Alleanza con i Padri. Nella nuova Alleanza in Gesù, Cristo e Messia, il popolo, “che Dio si è acquistato”, è chiamato a proclamare tra le genti le meraviglie divine: da un Tempio di pietre morte, ad un Tempio di figli vivi. Sempre intente a scrutare l’identità di Dio, tutte le civiltà si sono spesso limitate a trasferire in lui le proprie attese, le proprie paure. Per questo l’apostolo Filippo, di Betsaida, un giorno, molto semplicemente, chiede: “Gesù mostraci il Padre, e ci basta”. Gesù si rivela ai discepoli come la manifestazione del Padre: la sua vita intera può essere compresa solo attraverso lo scambio d’amore che si compie tra lui e il Padre: “Il Padre che è in me compie le sue opere”.

Questa verità proclamata da Gesù vale anche per noi, per ogni credente, a qualunque popolo appartenga. Le grandi opere di Dio continuano a manifestarsi nelle opere quotidiane degli uomini, nel bene e nei limiti del peccato, debolezza innata di ogni uomo. L’uomo è congenitamente portato alla divisione, per la propria superbia, che lo pone in contrapposizione del prossimo; Dio solo è la forza centripeta che ci attira ad unirci in comunità, in popolo chiamato alla salvezza in Gesù, Cristo e Messia. dg

Domenica 30 aprile III Domenica di Pasqua

Domenica 30 aprile, terza di Pasqua, gli Atti degli Apostoli ci fanno leggere una pagina tra le più efficaci in ordine alla testimonianza della veridicità storica della risurrezione di Gesù: la testimonianza dei due discepoli di Emmaus.

Lo scrittore sacro, Luca evangelista, costruisce il racconto sul coinvolgimento del ‘cammino’ e lo fa con dovizia di particolari che servono per dare al messaggio piena credibilità storica. “Due discepoli erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia (11 chilometri) da Gerusalemme, di nome Emmaus”; “Gesù si accostò e camminava con loro”; “Che discorsi fate tra voi durante il cammino?”. Dapprima il cammino li allontana da Gerusalemme, dagli avvenimenti della passione e morte di Gesù, quasi un cammino di fuga, di delusione e resa: “Noi speravamo che fosse lui a liberarci”; per questo erano amareggiati e sconfortati: “Essi si fermarono con il volto triste”. Poi ascoltano le parole di Gesù con attenzione e con fede: “Non ci ardeva il nostro cuore quando ci spiegava le Scritture?”; giunti alla meta, compiono un gesto di ospitalità, di carità accogliente: “Resta con noi perché si fa sera”; “Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò lo diede loro. Ed ecco si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero”. Lo scrittore sacro evidenza che mentre i due discepoli si allontanavano sfiduciati dall’esperienza di Gesù, che li ha delusi, la sua presenza misteriosa è al loro fianco, reale, vicina nel condividere la fatica del cammino e le delusioni umane derivanti dal messaggio della fede che sembrava fallito; solo stando uniti in comunità, “camminavano insieme”, e “parlando di ciò che era avvenuto”, riconoscono la presenza non solo mistica ma anche fisica del Maestro al loro fianco “nello spezzare il pane”. Per questo dopo una presa di coscienza così netta della verità di Gesù e del suo Vangelo, i due discepoli, subito, sentono il bisogno di rimettersi in cammino: altri undici chilometri, di notte, verso Gerusalemme: “E partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme”, dove “trovarono riuniti gli undici e gli altri” e confermarono con la loro testimonianza la fede della chiesa, mistero non di fissità residenziale, ma di cammino missionario.

Nella seconda lettura, l’apostolo Pietro ricorda: “Comportatevi con timore nel vostro pellegrinaggio”. Il cammino che la Scrittura propone è sempre un cammino di testimonianza, di ricerca, di meditazione, ma anche di comunione fraterna e di fatica, al fine di realizzare personalmente qualcosa di valido. Bando ai perditempo, perché ancora Pietro ricorda: “Il Padre giudica ciascuno secondo le sue opere”. Le parole non bastano più: “A che serve – diceva don Milani ai suoi ragazzi – avere le mani pulite, se si tengono in tasca?”. dg

Domenica 23 aprile II Domenica di Pasqua

Dalla domenica di Pasqua 16 aprile, alla domenica di Pentecoste 4 giugno, la liturgia per sei domeniche attraverso le letture bibliche ci fa riflettere sul mistero della risurrezione di Gesù e dei suoi effetti, presenti e futuri, per la vita degli uomini, tutti, credenti e non credenti, cristiani e non cristiani: con la sua risurrezione Gesù ha ‘svoltato’ la storia. I brani biblici che si leggono nelle messe ‘pasquali’ focalizzano tutti il mistero della concretizzazione storica della risurrezione di Cristo nella storia degli uomini.

Al termine del suo vangelo l’apostolo Giovanni scrive: “Questi fatti sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome”. Questo il vero senso della testimonianza data dai Libri del Nuovo Testamento: 4 vangeli, 1 atti, 21 lettere, 1 apocalisse. Sì Cristo è veramente risorto. La seconda lettura è presa dalla prima lettera che Pietro scrive da Roma (che metaforicamente egli chiama ‘Babilonia’ per il degrado morale in cui si trovava) e la scrive, con l’aiuto del discepolo Silvano poco tempo prima del suo martirio avvenuto sul colle Vaticano per crocifissione nel 64, per i cristiani battezzati dell’Asia Minore attuale Turchia e Medio Oriente. A tutti egli grida di non arrendersi davanti ai dolori umani alle violenze dei prepotenti alla sua stessa condanna a morte, ma al contrario l’apostolo rimarca che la vera risurrezione per ogni cristiano è il Battesimo: “Egli ci ha rigenerati per una speranza viva, che non si corrompe, non si macchia, non marcisce”.”Per ora – scrive ancora Pietro – dovete essere afflitti da varie prove, per la vostra fede, perciò esultate di gioia gloriosa mentre conseguite la mèta della vostra fede, cioè la salvezza dell’anima”. Pietro aveva ancora viva nel suo cuore la testimonianza dei primissimi tempi della fede tra i nuovi cristiani subito dopo la morte e risurrezione di Cristo, a Gerusalemme, Antiochia, Damasco, Smirne, Efeso,… a Roma: “I fratelli erano assidui nell’ascoltare gli insegnamenti degli apostoli e nell’unione fraterna, nello spezzare il pane e nella preghiera”: così, nella prima lettura dagli Atti degli apostoli, leggiamo di questa la testimonianza della primitiva vita dei cristiani appena battezzati: martiri e testimoni. Se oggi, all’inizio del Terzo Millennio dell’era cristiana, la struttura umana della chiesa, gerarchi e fedeli, sembra vacillare per i troppi scandali divisioni arrivismi…, e perché anche il battezzato, e consacrato, si lascia soffocare dall’attaccamento a se stesso e al mondo, per questo è ricattabile dal male e dal diavolo. dg

Domenica 16 aprile Domenica di Pasqua

“Abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti”, così l’apostolo Pietro, nella prima lettura della messa di Pasqua, domenica 16 aprile, dà la sua testimonianza personale e diretta di primo testimone della risurrezione di Gesù, di cui è stato immediatamente informato e che ha potuto constatare di persona: “Avvisato dalle donne di prima mattina, Pietro corse alla tomba di Gesù, entrò con Giovanni la vide vuota e credette”.

La testimonianza di Pietro è presa dal capitolo 10 degli Atti degli apostoli, pagine formidabili che testimoniano, in modo semplice ma assai concreto, come l’opera della evangelizzazione fra le genti, la diffusione capillare dell’opera missionaria di Gesù, composta di parola e di segni miracolosi per confermarla, è prima di tutto opera dello Spirito Santo. Nella città di Cesarea, sede del governatorato romano, viveva all’epoca il centurione Cornelio, della coorte italica, quindi non giudeo, ma pagano; il libro biblico lo descrive: “Uomo pio e timorato di Dio, con tutta la sua famiglia; faceva molte elemosine al popolo e pregava sempre Dio”. Lo Spirito Santo si fa protagonista con due apparizioni miracolose quasi contemporanee: prima appare nella città di Cesarea e dice chiaramente al centurione romano Cornelio: manda a chiamare Simon Pietro che si trova a Giaffa, ospite del conciatore Simone, e fallo venire qui da te, perché ti dica quel che devi fare; subito dopo, apparendo all’apostolo Pietro, lo Spirito Santo gli dice: vai a Cesarea in casa del centurione romano, annunciagli il vangelo e battezzalo. È umanamente sorprendente come Pietro sia passato in poche settimane dalla incomprensione del mistero della risurrezione, come si legge domenica nella pagina del vangelo di Giovanni: “Non avevano ancora compreso la Scrittura, che Gesù doveva risuscitare dai morti”, alle parole riportate con convinta fermezza nella casa di Cornelio: “Abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la risurrezione”. La fede è sempre dono dello Spirito Santo, che opera su cuori aperti alla ricerca di Dio attraverso preghiera e carità. Nemmeno la risurrezione di Gesù poteva smuovere il cuore di Cornelio e forse neppure quello di Pietro, senza l’aiuto dello Spirito Santo. La fede e la pratica cristiana ci possono aiutare ad avvicinarci alla scoperta di Dio, che resta sempre un mistero in divenire, ma come sempre è necessaria da parte dell’uomo la disponibilità di collaborazione che matura ogni giorno nella preghiera e nella conversione del cuore. Per questo dopo la testimonianza di Pietro, “Mentre stava ancora parlando, lo Spirito Santo scese sopra tutti coloro che ascoltavano il discorso; allora Pietro ordinò che tutti i presenti fossero battezzati nel nome di Gesù il risorto”. dg

Domenica 9 aprile Domenica delle Palme

Con la messa di domenica 9 aprile, iniziano le celebrazione pasquali, la Settimana Santa, centro della fede cristiana. Due i momenti tipici della funzione: la benedizione dei rami di ulivo e palme, con la processione in chiesa per ricordare l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, ingresso di gloria e di morte; le parole chiave del mistero sono essenzialmente due: “benedetto” e “sia crocifisso”, parole gridate dalla stessa folla, all’indirizzo della stessa persona, Gesù; nell’arco di quattro giorni, dal trionfo alla condanna a morte. Il secondo momento liturgico della messa è costituito dalla lettura della ‘Passione di Nostro Signore Gesù Cristo secondo Matteo’. Dei quattro evangelisti, l’edizione di Matteo, la prima stesa per scritto, è la più ampia e completa, dal capitolo 26,14 al capitolo 27,66. L’apostolo Matteo nella sua testimonianza ha soprattutto voluto dimostrare come tutta la vita terrena di Gesù corrispondeva bene a quanto avevano annunciato le Sacre Scritture circa il Messia; la sua ‘Passione’, attraverso fatti e parole, è costantemente ricollegata all’immagine biblica del Messia. Il racconto celebra il mistero della sofferenza umana di Gesù come vero Agnello che, per amore dei fratelli, si immola volontariamente al Padre. Nel processo si evidenziano due dinamismi contraddittori: i nemici di Gesù sono accecati dall’odio, dicono di voler rispettare la Legge e poi, per non cedere i propri interessi, coordinano la soppressione atroce dell’innocente, facendosi aiutare, nell’attuazione dell’intento criminoso, dagli immorali (Pilato), dagli indifferenti (la folla), dai vigliacchi (gli apostoli). Matteo nella sua lunga Passione non parla di Risurrezione, quasi a rimarcare che la vera Pasqua Gesù l’ha celebrata nella sua morte in Croce per la salvezza dei fratelli, mentre la Risurrezione è la risposta del Padre, nella glorificazione del Figlio “fatto obbediente fino alla morte”. Nella sua Passione, Matteo, quando sembra che tutto sia tragicamente fallito, con la morte ignominiosa del Redentore, evidenzia con due segni la vittoria raggiunta e meritata da Gesù con il suo sacrificio. Il primo segno: “Ed ecco il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo”, l’Antica Alleanza è finita, il popolo è chiamato ad entrare personalmente nella famigliarità di Dio, fino a chiamarlo Padre; il secondo segno: “Il Centurione e quelli che facevano la guardia furono presi da grande timore e dicevano: davvero costui era Figlio di Dio”, il primo atto di fede della storia cristiana sgorga dal cuore di uomini nuovi, pagani, che solo con la grazia, dono divino, scoprono la salvezza attraverso la morte di Gesù. dg

Domenica 2 aprile V domenica di Quaresima

“Quelli che vivono secondo la carne non possono piacere a Dio”, con questa immagine retorica, l’apostolo Paolo si rivolge ai cristiani di Roma. Leggiamo queste parole nella seconda lettura della messa del 2 aprile, quinta e ultima domenica quaresimale.

L’immagine della carne serve a Paolo per rinvigorire, e sottolineare meglio, il concetto dello Spirito, il Santo Spirito, che connatura l’identità della Natura Divina: con il Padre Creatore, e con Gesù Cristo figlio di Maria, il Redentore. Su questo tema si sviluppano anche le altre due letture della messa: la pagina del profeta Ezechiele e la pagina dell’evangelista Giovanni. D’altra parte nel cammino quaresimale la liturgia si propone di aiutarci a comprendere meglio il mistero della risurrezione della carne morta di Cristo, come premessa indispensabile alla nostra Risurrezione, di persone e di popolo, con Lui. A Marta, la sorella che si lamenta per l’assenza, Gesù dice chiaramente: “Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perché per essa il Figlio venga glorificato”. Per gli ebrei esuli in Babilonia, a duemila chilometri lontani dalla patria, senza prospettive di vita se non la schiavitù, Dio suscita un israelita, anch’egli esule e disperato, e per quarantotto volte, all’inizio di ogni capitolo del suo libro profetico, rivelato settecento anni prima di Gesù Cristo, gli fa ripetere: “Ecco ve lo dico io, Jahvé: vi risuscito dalle tombe, vi riconduco alle vostre case”. La risurrezione della carne resta per la Bibbia il tema centrale, il traguardo di un lungo, difficile, doloroso cammino dei figli. Nella sua promessa, più volte ripetuta e garantita, Jahvé assicura: “Farò entrare in ognuno di voi lo Spirito Santo e rivivrete; vi farò riposare nelle vostre case, allora saprete che io sono Jahvé il Signore Dio. L’ho detto e lo farò”. Questa cambiale che Jahvé sottoscrive per ognuno dei suoi figli chiamati alla creazione nella carne di Adamo, troverà il suo pieno compimento nella nuova carne risorta di e in Cristo, il Signore, come il Padre e come lo Spirito Santo, in un’unica natura divina. In questa analisi anche la risurrezione di Lazzaro entra nello stesso messaggio, come ulteriore segno di conferma del messaggio di salvezza di Gesù: “Io sono la risurrezione e la vita, chi crede in me, anche se muore, vivrà”. Marta dice “domani”, Gesù ripete, “no, già da oggi”: da ora l’uomo peccatore, prigioniero della carne, può convertirsi, vincere il peccato, costruirsi con comunità di credenti, avviare, nelle multietniche società, nuovi processi di giustizia in cui tutti i popoli possano liberamente scegliere di vivere in pace. dg

Domenica 26 marzo IV domenica di Quaresima

“Ti mando, mi sono scelto, ti farò conoscere, ungerai per me colui che ti dirò”, con queste parole Jahvè si rivolge al profeta Samuele, come si legge nella prima lettura della messa del 26 marzo, quarta domenica di quaresima del ‘laetare’.

Dio non rinuncia, non delega la sua regalità, la affida al suo servo, il più piccolo, il più debole, ma fedele; il ragazzo Davide è preferito da Dio al re Saul, che si è inorgoglito della sua forza e si è dimenticato di essere in tutto opera e creatura di Dio. “Io ho scartato Saul, – dice Jahvè – perché non conta quel che vede l’uomo” : dunque due modi differenti di guardare e di valutare; perfino uomini come Samuele rischiano di lasciarsi incantare dall’aspetto, dall’imponenza della statura, magari dai titoli accademici e, soprattutto, dalle frequentazioni di amici ricchi e potenti, anche se spregiudicati. Abramo fu costituito padre delle genti quando era molto avanti negli anni, e cioè umanamente sterile, incapace di essere padre; Mosè fu incaricato di essere il liberatore del popolo di Dio quando ancora era figlio del faraone, cioè despota: si potrebbe continuare con gli esempi, come Maria che si stupisce delle parole dell’Angelo “Come è possibile, io non conosco uomo”. La Bibbia racconta tutti questi episodi con uno scopo preciso, quello di indurci a cambiare mentalità e a valutare cose, fatti, persone con criteri di Dio: “Mi ha fatto grande colui che è potente”. È in questo contesto che l’apostolo Paolo, scrivendo ai cristiani battezzati di Efeso (seconda lettura di domenica), dice loro “ora siete luce” perché siete dalla parte di Dio, non della carne. Anche la pagina del vangelo di Giovanni evidenzia questa presenza dell’opera di Dio come unica opera di salvezza per l’uomo. Mentre, nel parlare del cieco nato, tutti discutevano se era per colpa sua o per colpa dei genitori, che Dio lo aveva così duramente colpito, Gesù capovolge il criterio di giudizio: “Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio”.

Siamo umanamente quasi all’assurdo: la cecità vista come dono di Dio, mezzo per collaborare all’opera di Dio; Gesù con un segno miracoloso, all’apparenza contro ogni logica umana (guarisce con sputo e fango), vuol farci capire che ciò che ci separa da Dio è la cecità dell’anima, la superbia mentis, il peccato d’orgoglio. Un cammino di conversione che la quaresima, tempo liturgico di grazia, ci sprona a perseguire nella fatica, nella penitenza ma anche nella gioia. dg

Domenica 19 marzo III domenica di Quaresima

In una lettera a Bernardo di Chiaravalle, papa Eugenio III si lamentava perché aveva troppi impegni, a tal punto che non aveva più tempo di partecipare alle meditazioni della casa. “Per quanto tempo ancora – rispose il santo Bernardo al papa – regalerai a tutti gli altri le tue attenzioni, e mai, o poco, accoglierai in te la voce di Dio?”.

Molte volte Dio ci vuol parlare ma noi siamo troppo impegnati in altro, viviamo in grande e grave distrazione, per cui spesso non cogliamo la grazia della condiscendenza che Dio riserva per ognuno di noi: spesso addirittura arriviamo a dubitare della stessa presenza di Dio nella nostra vita. Colpito dalla grave prova della siccità, il popolo errante nel deserto grida a Mosè: “Dio è in mezzo a noi sì o no”; e Dio non tarda a concedere il suo dono: “Tu Mosè batterai sulla roccia dell’Oreb e ne uscirà acqua per saziare tutti”. Così leggiamo domenica 19 marzo, terza di quaresima, nella prima lettura dall’Esodo, il ricatto dell’uomo e la prova della presenza e della condiscendenza di Dio per ogni uomo che prende coscienza della propria sete. Nel vangelo di Giovanni, incontrando al pozzo del paese la Samaritana Gesù le chiede un bicchier d’acqua: “Donna dammi da bere”. Un dialogo strano, socialmente scorretto: un giovane uomo solo che rivolge la parola per primo ad una donna straniera, un galileo giudeo che parla ad una samaritana, anche chiacchierata. Gesù è misericordioso, e sceglie questa donna per aprire tutto il suo cuore alla più sublime divina condiscendenza: “Se tu conoscessi il dono di Dio”. Dio ci cerca, è lui il primo a fissare con noi un appuntamento personale per dirci che ci vuole aiutare, basta che noi prendiamo coscienza della nostra povertà e ci rivolgiamo a lui. Per una terza riflessione sulla condiscendenza di Dio verso ognuno di noi, mi fermo per poco sulla figura di san Giuseppe, sposo di Maria, padre umano di Gesù, che ricordiamo oggi, 19 marzo. Di fronte alla improvvisa e umanamente inspiegata maternità della sua promessa sposa, ormai evidente, Giuseppe è preso da un grande sgomento: “Giuseppe, che era giusto e non voleva ripudiare Maria, sua promessa sposa, decise di licenziarla in segreto”.

Di fronte a tanto tormento Dio manifesta tutta la sua condiscendenza verso quel piccolo grande uomo: “Giuseppe ho bisogno di te, sono io il tuo Dio che te lo chiede, ti affido mio Figlio, la cosa più preziosa che io posseggo”. Giuseppe non ha bisogno di molte parole, si fida di Dio e presa coscienza “Fece come gli aveva ordinato Dio”. dg

Domenica 12 marzo II domenica di Quaresima

E li condusse in disparte, su un alto monte”, così Matteo, nel vangelo di domenica 12 marzo, seconda di quaresima, ricorda la decisione di Gesù che “prende” Pietro, Giacomo e Giovanni, per “trasfigurarsi davanti a loro”.

Il fatto evidenzia sorprese: l’amico Gesù divide il gruppo, ne sceglie tre su dodici: gli altri nove come l’hanno presa? Per Gesù è stato un collaudo, dopo tre anni di frequentazione, mentre il gruppo era in cammino verso Gerusalemme, verso la croce. I tre discepoli gli avevano già detto apertamente che si attendevano da lui un Messia trionfante, impegnato nella strategia del successo umano, convinti di poterne un giorno condividere la gloria. Sono gli stessi tre discepoli che Gesù vorrà accanto a sé la sera dell’arresto nell’orto degli ulivi, del tradimento di Giuda, uno degli amici; sì proprio i tre che si riveleranno incapaci nel momento della testimonianza. Lassù sull’Hermon “Gesù si trasfigurò: il volto brillò come sole, le vesti come luce”. Sul monte Gesù mette in evidenza la sua natura divina, pronto alle estreme conseguenze umane della morte in croce. La trasfigurazione è la testimonianza più coraggiosa e straziante del sacrificio del figlio di Dio, nuovo Isacco, che si lascia immolare come agnello per i fratelli. I tre, soprattutto Pietro, non capiscono, anzi: “Se vuoi farò tre tende”. Pietro vorrebbe insegnare a Gesù come muoversi verso il successo del potere: hai con te Mosè il legislatore, Elia il profeta che parla in nome di Javhè, tu hai la strada spianata. Gesù non pensa a sé, ma al mondo da salvare, da riportare al Padre, e sa che non c’è altra via che la totale obbedienza: “Ecco vengo o Padre per fare la tua volontà”. Tocca al Padre aprire, con la forza della sua voce diretta, la nuova via della misericordia redentrice: “Questo solo è il mio figlio, il prediletto, in lui mi compiaccio, ascoltatelo”; legge e profezia sono superate dalla misericordia. Gesù nel chiedere silenzio sulla trasfigurazione voleva non sollevare intralcio alla sua imminente morte in croce, ma nel contempo chiedeva ai tre testimoni di proclamare il fatto dopo la sua risurrezione: chi muore in croce è vero uomo, ma anche vero figlio di Dio.

Il rischio della comunità ecclesiale, popolo e gerarchi, è sempre quello di rinchiudersi al sicuro, soprattutto quando le cose umanamente non vanno bene, quando arriva la prova, la tentazione è la tenda: Gesù sempre ci sprona all’impegno quotidiano della vita cristiana: “Alzatevi, andiamo a valle, e non temete”. dg

Domenica 5 marzo I domenica di Quaresima

Si rinnovi Signore la nostra vita e col tuo aiuto si ispiri sempre più al sacrificio della messa che santifica la Quaresima”: così recita la preghiera sulle offerte di domenica 5 marzo, prima di Quaresima, tempo di conversione interiore, sacramentale di grazia e di aiuto divino, per ogni uomo che crede o che almeno vive nella sincera ricerca di Dio.

Con le Ceneri del mercoledì d’inizio Quaresima, ognuno è richiamato a prendere coscienza della propria caducità personale, ma nel contempo anche a ricordare la paternità divina, invitato a riscoprire la propria grandezza presente e la speranza futura nella risurrezione dei figli di Dio. Il peccato di Adamo ed Eva, ricordato dalla prima lettura della Genesi, resta tragicamente il prototipo di ogni peccato umano: disubbidendo alla legge divina l’uomo si illude di raggiungere la libertà da Dio, il creatore, poi come prima conseguenza prende coscienza della propria nudità e del bisogno congenito di essere in sintonia con Dio. Ancora oggi sono molti i proclamatori dell’ateismo come nuovo umanesimo, riscatto dell’uomo nuovo, che libero di Dio nella mente e nel cuore costruisce il proprio mondo: non ad immagine di Dio, non per mezzo del soffio di Dio. Quando l’uomo travalica i limiti della propria natura e vuole costruire una storia senza il Creatore, apre la porta all’individualismo di contrapposizione tra gli umani, che inevitabilmente genera la violenza e sopprime la libertà del più debole. “Quando avvengono grandi sventure storiche, umane e sociali, – scrivono alcuni sociologhi – si crede che siano fatalità della storia e nessuno o pochi si chiedono: se avessi fatto il mio dovere, sarebbe successo ciò che sta succedendo?”. Nel vangelo di Matteo, nella descrizione delle tre tentazioni nel deserto, Gesù, a differenza di Adamo, sceglie l’ubbidienza alla legge del Padre: “Sta scritto: il Signore Dio tuo adorerai, a lui solo renderai culto”.

La Quaresima ricorda ad ognuno di noi il vero ed unico scopo della fede: adorare Dio, e servire lui solo. Tutti coloro che si sottraggono a Dio per fare da soli e per porsi nel mondo come padroni, improvvisati gestori esclusivi ed autonomi della storia propria ed altrui, in realtà sono costretti ad adorare Satana. Non vogliono il vero Signore e se ne trovano un altro, tirannico e mortificante. Un tiranno che ha molti nomi (denaro, potere, sesso) ma un unico volto: contro l’uomo. dg

Domenica 26 febbraio VII domenica del tempo ordinario

Non affannatevi per il domani, perché esso avrà le sue inquietudini”, così si chiude la pagina del vangelo di Matteo di domenica 26 febbraio: come se il domani dipendesse da me! Affannarsi non è semplicemente lavorare, essere previdente, affaticarsi, significa vivere nell’ansia, perennemente col fiato sospeso. Un modo di vivere che rivela un rapporto sbagliato con le cose, con la vita e anche con Dio. “Chi di voi – dice ancora Gesù in Matteo – per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita?”.

Per aiutarci a liberarci dall’angoscia per il cibo, il vestito, il risparmio, Gesù ci invita a fidarci del Padre: se non ti fidi di Dio, cadi inevitabilmente nella spirale dell’affanno, nel vortice della disperazione. La fede non ci sottrae dai nostri impegni, in alcun modo ci chiede di venir meno nella nostra serietà esistenziale con tutti i doveri che ci sono propri; la fiducia in Dio ci rende più sereni, più forti e ottimisti per affrontare i problemi quotidiani della nostra vita. Il brano della prima lettura dal profeta Isaia è un forte richiamo a questa fiducia. “Dio ci ha forse abbandonato? Dio non è più fedele alle sue promesse?”. L’inquietudine dei Giudei deportati a Babilonia era continua e intensa. Bene o male dovevano sopravvivere, anche se non avevano più prospettive per il futuro. Alla comunità disperata dei figli di Israele, figlio della Promessa, il profeta ricorda: “Dio vi è più vicino di una madre, il suo amore è ancora più forte, il suo attaccamento è ancora più irrazionale di quello di una madre”. La misura della propria coscienza e responsabilità personale è testimoniata apertamente dall’atteggiamento schietto di Paolo di Tarso, che di fronte alle critiche spregiudicate di alcuni Corinzi nei suoi confronti risponde con acuta saggezza: “A me poco importa di venir giudicato da voi. Il mio giudice è il Signore; egli solo metterà in luce i segreti di ogni cuore”. L’apostolo sulla sua pelle sapeva bene che la calunnia e l’illusione sono la gramigna più tenace della coscienza collettiva: la storia insegna, ma non ha scolari.

La tentazione più grave della società è l’indifferenza, che non è vita, ma solo abulia e parassitismo. Il credente invece sa attendere con pazienza che si sveli la verità di ogni cuore, con l’impegno quotidiano di agire sempre in coerenza di fronte al Signore: “Dio metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori”. dg

Domenica 19 febbraio VII domenica del tempo ordinario

Un saggio rabbino di fede ebraica soleva dire che quando Dio creò il mondo non riuscì a farlo stare in piedi. Lo constatiamo ogni giorno anche nella nostra esperienza di vita: il mondo non sta in piedi, traballa da tutte le parti.

Matteo, nel vangelo di domenica 19 febbraio, propone alla nostra riflessione un paradosso, che ci fa perplessi, perché la proposta enunciata da Gesù è negata dalla esperienza quotidiana. Queste le parole: “Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori”. Sembra che Gesù dia la colpa di tutti i guai del mondo ai suoi fedeli e ponga sulle spalle dei suoi discepoli la soluzione delle cattiverie tra gli uomini: la colpa non è di coloro che seminano odio e lo praticano, la colpa è vostra che non li sapete amare. La formula sembra facile a parole: “Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste”. Nel fare questa proposta Gesù riprende un concetto presente nella Bibbia, nel Levitico: “Siate santi, perché io, il Signore Dio vostro, sono santo”. Dio in Gesù chiama ogni uomo a non fermarsi alla sola morale dei Comandamenti: Dio sembra dirci che nella Legge l’uomo trova la struttura morale che lo sorregge nella vita sociale, ma non lo gratifica pienamente: Dio solo è la vita piena. Santo è colui che non ha paura di separarsi, né paura di perdere se stesso, la propria identità. L’appartenenza a Dio è il contrario del tradimento: si ritrova se stessi, il mondo e gli uomini in modo più genuino. Amando Dio ci si separa dal peccato, dall’egoismo, dai falsi ideali, questo sì, tutte cose che il mondo considera irrinunciabili. L’appartenenza a Dio e la separazione dal mondo consistono appunto, come le letture del Levitico e del Vangelo testimoniano, nell’amare il prossimo. Qui sta il centro dello scommettere la vita in Dio, l’originalità della fede in Cristo. Ci aiuta nella riflessione l’apostolo Paolo, che nella lettera ai Corinti scrive: “Nessuno si illuda: se qualcuno si crede sapiente si faccia stolto, perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio”.

Nel progetto di salvezza Dio ci vuole tutti salvi e ci costringe con amore e aiuto ad essere ogni giorno più bravi (santi). Il cammino sembra difficile e lungo, quasi impossibile, ma con l’aiuto di Dio ce la possiamo fare tutti, anche noi poveri peccatori. dg

Domenica 12 febbraio VI domenica del tempo ordinario

Se vuoi, osserverai i comandamenti”, nella prima lettura biblica, della messa di domenica 12 febbraio, il ‘sapiente’ Ben Sira, detto Siracide, richiama con forza il vero, primo senso della Legge, il Deuteronomio: “L’essere fedele dipende dalla tua libera scelta”.

La legge mosaica era spesso degenerata nella casistica, moltiplicando senza fine le norme costrittive e dimenticando il significato originario: ogni uomo, creato da Dio ‘libero’, realizza se stesso nella libertà dell’amore verso Dio. Egli non vuole la costrizione, non sa che farsene delle prestazioni forzate, va alla ricerca del consenso, che parta convinto da cuore filiale, libero e volontario. La vera obbedienza scaturisce dal cuore, sulla base di una duplice convinzione: Dio non è un tiranno interessato a se stesso, ad un suo progetto predefinito, non va alla ricerca di schiavi, non vuole esecutori beluini, ma è padre interessato ad ognuno di noi; perciò egli non impone la legge, ma vuol farci capire che, nel rispetto della legge, si realizza la libertà di ogni vivente. Solo a questo punto l’uomo diventa veramente ‘religioso’: quando capisce che nella legge si concretizza la vita, propria e degli altri, si porta a perfezione la personale umanità, nella misura in cui si è liberi. Nella pagina del vangelo di Matteo, Gesù più volte ripete “ma io vi dico”; egli non punta a sovvertire la legge di Mosè, anzi non cancellerà “neppure una virgola, un accento”; egli condanna fermamente il formalismo di “scribi e farisei”, che non porta alla giustizia, ma addirittura esclude dal ‘regno dei cieli’. Diversamente da scribi e farisei, che frantumavano la legge in una serie infinita e noiosa di decreti, per garantirsi privilegi e autoritarismi, di interpretazione e concessione, Gesù si propone, come del resto i veri profeti di Dio, nella scelta della libertà personale, che, sola, rende l’uomo (ogni uomo) non suddito, ma figlio. Chi si impegna a collaborare con Cristo, nella costruzione del regno del Padre, cerca collaboratori creativi e capaci di pagare personalmente in solido nella scelta delle strade costruttive e convergenti per l’unico progetto, realizzato nella storia, in libertà, da figli intelligenti e liberi.

Nel rispetto della legge, Gesù l’approfondisce rendendola libera nella sua creatività, per inserirsi nel cammino degli uomini e del tempo, recuperandone l’intenzione profonda, purificandola, semplificandola, andando diritto all’essenziale: eroismo nella carità, purità nei pensieri e coraggio nella franchezza. dg

Domenica 5 febbraio V domenica del tempo ordinario

Nel brano della lettera ai cristiani di Corinto, che si legge nella messa di domenica 5 febbraio, l’apostolo Paolo ricorda il momento in cui si presentò alla comunità della grande città greca, ricca del suo porto, il più importante per commerci nel Mediterraneo dell’epoca: “Venni in mezzo a voi in debolezza, con molto timore e trepidazione”.

L’apostolo, quando giunse nella città greca, era in una situazione personale di grave precarietà; senza forza, senza il solito coraggio, forse malato, soprattutto reduce dalla sconfitta pastorale subìta pochi giorni prima ad Atene. Gli ateniesi, a cui l’apostolo si era rivolto con un discorso, preparato al meglio della sua notevole cultura greca, sia biblica che letteraria, nella piazza pubblica dell’Areopago, dove erano soliti parlare i filosofi, i letterati, i grandi acculturati, di fronte a personaggi importanti della città e della nazione; al termine del suo discorso, di fronte al tempio del Dio ignoto, gli uditori in maggioranza si misero a ridere e a giragli le spalle, come si fa con i buffoni perditempo. Paolo, sulla pubblica piazza di Corinto, avendo davanti gente meno acculturata, ma più pratica e concreta, cambia stile: non cultura, non principi dottrinali, non ragionamenti filosofici, ma un messaggio chiaro e univoco. Egli va subito al nocciolo della sua testimonianza: “Io non so altro in mezzo a voi che Gesù Cristo, crocifisso”. Paolo ha avuto coraggio: all’epoca, esaltare un malfattore condannato a morte in croce, voleva dire rischiare di essere accusato di elogiare pubblicamente un malfattore, contro la legge: l’apostolo corre il rischio dell’incomprensione, magari della denuncia, e dice chiaramente, che la forza della fede in Cristo è tutta racchiusa nel mistero d’amore, che ha spinto il Figlio di Dio ad immolarsi per la salvezza degli uomini: non sapienza umana, ma bontà salvifica e gratuita del Padre, che chiede al Figlio di sacrificarsi per i fratelli, fortificati nello Spirito Santo.

Allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua oscurità sarà come il meriggio”, così nella prima lettura, il profeta Isaia invita il popolo di Israele a non arrendersi alle prove, ma a realizzare, nella società sofferente e martoriata del tempo, un popolo aperto e disponibile al servizio reciproco, vicendevole.

Gesù crede in ogni uomo, nella capacità di ognuno di costruire personalmente e comunitariamente qualcosa di buono per la società, fino a dire del suo popolo, nel vangelo di Matteo, con sicurezza e orgoglio: perché battezzati nel mio nome,“Voi siete la luce del mondo, voi siete il sale della terra”. dg

Domenica 29 gennaio IV domenica del tempo ordinario

Personaggi pubblici prepotenti, giudici corrotti, giornalisti fraudolenti, sacerdoti dissacranti: questo desolante elenco è presentato nella prima lettura della messa del 29 gennaio, quarta domenica del tempo ordinario, dal profeta Sofonia, israelita del 640 prima di Cristo, mentre gli Assiri occupavano e saccheggiavano il popolo di Dio.

Il profeta non è amareggiato tanto per il fatto del nemico oppressore, egli condanna, senza mezzi termini, quegli israeliti che si fanno approfittatori del momento di grave calamità del popolo, perché agiscono senza credere in Dio, nella sua presenza storica, nella sua provvidenza: per questi farabutti “Dio non fa né bene né male”, come dire “Dio è distratto, approfittiamone noi”. Per il profeta però, anche di fronte alla constatazione di tanto sfacelo morale, non tutto è perduto; nella sua fede in Dio egli intravvede una speranza e rivolge un accorato invito: “Cercate Dio voi tutti poveri della terra”. Lo stesso concetto di povertà che viene invocato dal salmista, di fronte a un Dio che “dà pane agli affamati e protegge lo straniero”. Lo stesso povero cui fa riferimento l’apostolo Paolo nella lettera ai Corinti, per dichiarare che “Dio si serve di quelli che non contano per confondere i prepotenti”. Lo stesso concetto di povertà che Gesù annuncia come primo valore nella proclamazione delle beatitudini, elencate dal vangelo di Matteo, nel discorso sul monte. In questo contesto, la povertà non è tanto mancanza di cibo, ma eccesso smisurato ed impudente di orgoglio, prepotenza, violenza, accaparramento, ingordigia, falsità… Il povero, che confida nella giustizia di Dio, non si arrende, non si tira indietro; anche se schiacciato, ferito, buttato fuori dai violenti, il povero sa attendere la giustizia divina, e la implora anche su questa terra, con il senso della misura, del rispetto della persona. Il concetto di povero oltrepassa il suo significato originario e riassume i valori che Gesù nel discorso del monte elenca: afflitti, miti, giusti, misericordiosi, puri di cuore, operatori di pace, perseguitati, insultati... Il povero, nel linguaggio biblico, diventa il vero cristiano, colui che, con l’aiuto di Dio, sa esprimere nella umile vita di ogni giorno il rapporto ideale fra uomo e Dio e fra uomo e uomo: “Cercate Dio, cercate la giustizia, praticate l’umiltà”. dg


Domenica 22 gennaio III domenica del tempo ordinario

Gesù, avendo saputo che Giovanni Battista era stato arrestato, si ritirò nella Galilea e, lasciata Nazaret, venne ad abitare a Cafarnao” così si legge, nel brano del vangelo di Matteo, il 22 gennaio, terza domenica del tempo ordinario.

All’età di trent’anni Gesù fa il viaggio in Giudea solo per ricevere dal Battista il testimone, che il Padre gli ha affidato, tramite l’ultimo grande profeta della Antica Alleanza, il quale, riconosciuto, per grazia dello Spirito, in Gesù di Nazaret il Messia, senza alcun dubbio, dice chiaramente ai suoi discepoli: “Io ho finito il mio compito; andate con lui: ecco l’agnello di Dio…”. Per iniziare la sua missione a servizio del vangelo, come servo e figlio in armonia con il Padre, “Ecco io vengo o Padre per fare la tua volontà”, Gesù, nato a Betlemme, e quindi in Giudea, la regione di Davide, la regione di Gerusalemme, riconosciuta da tutti e da sempre capitale del popolo eletto, la città del Tempio di Davide e di Salomone, lui che per stirpe umana, sia da parte di Maria che di Giuseppe, era legalmente ‘figlio’ di Davide, improvvisamente lascia Gerusalemme, non ci si riconosce; e la lascia non perché a Nazaret si trovasse meglio, tutt’altro, là lo volevano far fuori. La Giudea ormai è in mano e sottomessa a tiranni politici e religiosi, e la prova di questa tirannia è il martirio di Giovanni Battista: Gesù va altrove. Giustamente l’evangelista rimarca con evidenza la scelta di Gesù, perché ne coglie il segno pastorale evidente: andare a Cafarnao, per partire dagli ultimi, dai poveri, dagli oppressi, da un popolo formato non da ebrei puri, per stirpe, storia, eredità, ma da un popolo di “genti”. La regione è disprezzata dagli ebrei puri perché è abitata da mescolanza di razze, sì proprio la terra profetizzata da Isaia: “Il paese di Zabulon e il paese di Neftali, sulla via del mare, al di là del Giordano, Galilea delle genti, il popolo immerso nelle tenebre… su quelli che dimoravano in terra e ombra di morte”. È la prima lezione di Gesù a noi sua chiesa: partire dagli ultimi e cominciare a fare la strada con i dimenticati, i disprezzati, lasciando da parte sicurezze, onori, strutture. In comunione del Maestro inizia per gli apostoli la corsa verso il mondo, non per conquistarlo ma per testimoniare l’amore di Cristo: “Vi farò pescatori di uomini”. dg


Domenica 15 gennaio II domenica del tempo ordinario

Con la messa di domenica 15 gennaio, la liturgia chiama i fedeli cristiani al tempo ordinario della preghiera e della testimonianza quotidiana del vangelo. “Io ho visto e rendo testimonianza che Gesù di Nazaret e il figlio di Dio, il Messia”, così, nel vangelo, Giovanni Battista rende la sua testimonianza alla gente, che lo seguiva nella ricerca di Dio, in preghiera, penitenza e conversione del cuore: la vita di ogni cristiano è chiamata a concretizzare questa testimonianza.

Il brano della prima lettura, preso da Isaia, descrive la misteriosa figura del servo di Dio; è la prefigurazione del Messia e dei cristiani, coloro che scelgono liberamente di vivere in sequela Christi, nella imitazione di Cristo. Ogni uomo, chiamato alla vita, fa sue le parole del profeta: “Dio mi ha chiamato e mi ha plasmato suo servo dal seno materno”; nel chiamarmi Dio dà prova che conosce il mio nome, che mi conosce prima di tutti e meglio di tutti, come dicono i padri: “intus et in cute”, nel cuore e nel corpo. Il servo non possiede nulla in proprio, ma tutto quello che lo costituisce è dono di Dio, per questo egli è contemporaneamente servo e figlio: per il tutto che riceve e per quanto è capace di testimoniare. La vita diventa per ognuno un messaggio trasparente, perché tutti gli uomini, in forza della sola esistenza, “a qualunque popolo appartengano”, vedano in ogni uomo il dono dell’amore del Padre, e ognuno possa riconoscere negli altri il dono del Padre, tutti chiamati a spendersi nell’amore vicendevole: la vita diventa dono, servizio. Per il peccato ognuno è tentato di farsi lui stesso signore e padrone dell’altro, tentato di mettersi in contrapposizione per la superbia fasulla della millantata superiorità sui fratelli. Nel progetto di Dio l’uomo o si dona o fallisce la propria identità nativa, correndo il rischio di annichilirsi. Dio stesso è talmente convinto di questa forza del servizio che egli, prima di ognuno di noi, riversa la sua gloria su ciascun uomo: “Mio servo tu sei, su te manifesterò la mia gloria”. Ma perché Dio si fida di me? Non poteva costruire la storia della salvezza da solo e usarmi come comparsa? No, Dio ha bisogno di ogni uomo, per questo lo chiama alla vita: la fiducia di Dio, se compresa, ci deve stupire, commuovere ed esaltare ogni giorno. Il compito dell’uomo è di fare della propria vita una proposta che diffonda speranza, luce delle nazioni, e nel contempo una testimonianza che inquieti e denunci come una spada. dg


Domenica 8 gennaio Battesimo del Signore

Chi è il messia, che la celebrazione della Natività ci ha fatto meditare? È importante approfondire la riflessione in proposito, perché più conosciamo Gesù, il bimbo nato a Betlemme, più conosciamo noi stessi, la nostra identità di cristiani, perché in lui è il nostro modello di fede.

Nella prima lettura di domenica 8 gennaio, festa liturgica del battesimo di Gesù nel Giordano, per mano di Giovanni Battista, Isaia profetizza il messia con queste parole: “Ecco il mio servo”; nel vangelo, Matteo, descrivendo la scena del Giordano, evidenzia le parole con cui il Padre identifica Gesù il Nazareno: “Questo è il mio figlio”. Servo e figlio: tra questi due concetti si muove tutta la vita terrena di Gesù, quindi, in queste due specificità, il cristiano è chiamato ad identificarsi. Il servo, che si realizza in Gesù, è obbediente al Padre ed è impegnato a fare la volontà del Padre; il servo non vive per un proprio progetto, ma si impegna, nella vita quotidiana, a realizzare e a fare proprio il progetto del Padre. Per questo atteggiamento di fedeltà, il Padre affida al servo la missione del “Fate discepoli tutte le genti battezzandole”; missione universale, che privilegia i deboli e che si fonda sul diritto, cioè giusta, imparziale, vera; per questo il servo è detto “Luce delle nazioni”, proclamando una fede, che non serve solo per andare in paradiso, ma per migliorare, già ora e qui, questo mondo, assieme ai fratelli, che ci vivono accanto: “Proclamando il diritto con verità”. Nella missione svolta, prima di tutto da Gesù, il modello di ogni credente, il cristiano è arricchito dal dono più importante: “Ho posto il mio Spirito su di lui”. È solo lo Spirito la forza capace di prendere anche un uomo meschino e fragile, e trasformarlo in servo e figlio, consapevole di essere amato dal Padre, perché dedito ad una missione, che non è personale, ma universale nel progetto del Padre comune. Per il cristiano la trasformazione di grazia da servo a figlio, vero miracolo di amore, si realizza nel sacramento del battesimo, che ci rende in tutto figli di Dio, come il primogenito Gesù Cristo. dg