Laurence Trastour Isnart deputato in Francia

Onorevole LaurenceVesime. Così, da un mese, la val Bormida ha un deputato in parlamento. In Francia, però, a Parigi, all’Assemblée Nationale. Se infatti, con la macchina del tempo, ci riportiamo ai primi decenni dell’800, questa nostra valle, anzi, questo nostro dipartimento, era terra francese. Se, per come sono andate poi le cose, col ritorno dei Savoia, del Piemonte, e infine con la creazione dell’Italia, ci sia motivo di rallegrarsi o meno, è opinabile; sta comunque che oggi Laurence, figlia della vesimese Guglielmina Pesce, occupa un seggio del Parlamento francese: e, diciamolo, fa un certo effetto sentircelo dire: è una di noi, là, nel tempio ove sono le fondamenta della Rivoluzione e della Democrazia, dopo il 1792.

Ed un brivido ci corre sulla pelle: a noi, che dei suoi ancêtres abbiam condiviso la storia, abbiam respirato la stessa aria, ci siamo aggrappati a queste stesse colline come alle poppe materne che “Natura e i primi casi” ci hanno concesso ed inflitto: storia spesso di stenti, di miserie, di soprusi, per non dir di fame. Mi brucia, all’orecchio, la frase che m’ha sibilato Gugliemina, la madre della neo-eletta: alla giornalista piemontese che le chiedeva come mai, raggiunto un certo benessere, non avessero pensato di tornare in Italia, ribatteva: “a nui, chi ch’ui ha dâne da mangè, i son stâ ii Franzèis”: che ricorda tanto il benservito alla patria di Renzo, sulla sponda veneta dell’Adda; e, a me, le parole di Catléina ‘d Matiéin-, famosa cuciniera, che in Francia emigrata prima della guerra, ricordava con rossore la vergogna provata mentre era là, quando Mussolini inferse la “coltellata alla schiena” alla “sorella bastarda”: “…con tüt el béin- ch’ii avu fâne i Franzéis… ch’ii âvu ghevâne la fâm a tànci!…”

Teresa Poggio, vesimese, e Aldo Pesce, canellese, si erano conosciuti quando questi, 1944, era partigiano da queste parti: ‘Dillinger’, storpiato non sempre amichevolmente in ‘Delìnger’, aveva vissuto tutta la rustica epopea della lotta antitedesca nel basso Piemonte. Arrestato nel cuneese, condannato alla fucilazione, grazie all’aiuto di un carabiniere era riuscito a fuggire buttandosi in un forteto; mesi dopo, al ponte di Perletto, fu tra i pochi a sottrarsi rocambolescamente all’imboscata nazifascista, lasciandosi cadere (e poi trasportare) nella roggia che alimentava, più giù, il mulino.  A Torino, fine Aprile, aveva partecipato alle operazioni di liberazione della città, assistendo a orribili scontri tra cecchini e partigiani, scene di sete di sangue, appagata, fuor di metafora. Ai due fidanzati, ormai, il Piemonte andava stretto. Sfugge a molti, oggi, tra chi non ha vissuto quelle atmosfere, che cosa rappresentò per molti, e per diverse ragioni, la fuga in Francia, immortalata dai film di Pietro Germi.

Teresa aveva vent’anni, un fisico snello e sbarazzino, flessuoso e pieno di scatti improvvisi, un carattere che si specchiava in quello del padre, Duàrdu ‘d Patata, l’estroso, umorale, virtuoso figaro del villaggio. Il figlio, a Duârdu, glielo avevano inghiottito le nevi della Russia; ora, le nozze e una scommessa venturosa, gli allontanavano anche la figlia: che lasciava però, a lui e alla moglie, quella bambinetta di due anni, perché non fosse esposta anch’ella alle asperità di un’avventura all’estero. Le cose, con fatica e sacrifici, cominciarono a prendere il verso giusto per Teresa e Aldo: Guglielmina, che sì e no li riconosceva, i genitori, li raggiunse a Cagnes, pochi km da Nizza, dove, figli del benessere raggiunto, la attendevano un fratellino e una sorellina: attendevano lei, figlia dei sacrifici: che, sempre, nascono dall’amore.

Da qui comincia la storia dell’on. Laurence: Guglielmina, che rinnova il nome dello zio morto in Russia, cresciuta tra le coltivazioni e il commercio dei fiori, continua per conto suo e col marito quell’attività redditizia e gentile che unisce grisbi e poésie: la prima figlia, Laurence appunto, può continuare gli studi fino all’università, alle specializzazioni, che le favoriscono, perché no, l’ingresso in politica, tra commozione e regain, anzi, la revanche, della nonna Teresa e della mamma Guglielmina: lei, che dei suoi primi anni vesimesi conserva una dolce memoria di sogno, ma anche le balafres delle privazioni e delle disavventure che l’infanzia non risparmia agli innocenti. Gli interessi e gli indirizzi elettivi di Laurence, ormai sposa e madre, sono variegati: da aiuto farmacista, al master in economia, al diploma di studi superiori in marketing, che s’accompagnano ad un risentito impegno sociale: il sindaco di Cagnes la vuole con sé, ventiseienne, nel consiglio municipale, e da qui in avanti una progressione entusiasmante di successi: Laurence Trastour – Isnart è vicesindaco, poi eletta nel consiglio metropolitano di Nizza, fino alla nomina a consigliere regionale del PACA (Provenza – Alpi -Costa Azzurra). Poi, il trionfo del 18 Giugno, quando con oltre il 57% batte la candidata macronista nella 6ª circoscrizione delle Alpi Marittime. Dice di lei a Nice-Matin il suo mentore, il sindaco Louis Nègre: “Taluni pensavano che non avesse spalle abbastanza forti. Io credo in lei fin dall’inizio. Nessuno dei miei ha saputo fare quanto lei”. E aggiunge Laurent Quilici, il giornalista: “Con la sua frangetta alla Giovanna d’Arco, il suo timido sorriso, i suoi grandi occhi blu, e quel portamento giovanile, le daresti l’ostia senza confessione”.

Nipote di un partigiano, lì si direbbe di un maquisard, Laurence ha scelto per il suo impegno politico il centro – destra dei Républicains, mantenendo fede all’anima del movimento, sfuggendo ai tentennamenti di Estrosi, sindaco di Nizza, rifuggendo il camaleontismo di Macron e l’eresia Le Pen: cosa che farebbe scandalo in Italia, non in Francia, dove la libertà di pensiero la si coltiva anche nell’orto di casa. Il suo impegno sociale è continuo, capillare, rivolto alla tutela dei deboli senza retorica, aperto alle istanze dei giovani e della scuola senza compromissioni. Parigi non la spaventa.

Guglielmina è commossa: la voce le si incrina, quando si rammarica che di questa gioia, di questo regain – che non è una gloriole, una gloriuzza da strapazzo -, Teresa, Aldo e il nonno  Duârdu non possono più aver parte. Ma l’epopea dei poveri, dei vinti, ce lo ricordano il 1789 e -a chi crede- la promessa evangelica, ha altri scenari e più larghi orizzonti: che giungono fino alle distese nevate della Russia, sotto il cielo su cui si son chiusi gli occhi incolpevoli del fante dell’ARMIR Guglielmo Poggio; e anche di questo Laurence  è ben consapevole. Riccardo Brondolo

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